La musica dell’Olocausto

Tutto è riportato sui libri si storia. Sabato 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche giunte nella cittadina polacca di Oswiecim (in tedesco Auschwitz), a una sessantina di chilometri da Cracovia, abbattono i cancelli del campo di sterminio e restituiscono la libertà a circa 7.650 prigionieri. Da quel momento il mondo può ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti. Dal 2001, con l’approvazione della legge 211/2000, anche l’Italia riconosce il 27 gennaio quale “Giornata della Memoria”.

In questi anni è stato fatto tanto per recuperare tutto ciò che era possibile tra testimonianze, ricordi, scritti, disegni ma anche tanta musica. Nei lager nazisti e nei campi di prigionia in attesa dell’esecuzione, ogni persona doveva essere privata il più possibile di qualsiasi elemento umano, eppure non c’era persona che non lasciasse traccia di se’, della propria vita, del proprio passaggio. Intorno non c’era soltanto il silenzio rotto dal lamento dei prigionieri o dalle grida delle guardie, c’era tanta musica con scopi diversi a seconda dei momenti della giornata. Oltre le marce della morte, venivano composte ed eseguite musiche da ballo, canzonette e cabaret per le serate dei soldati ma anche opere liriche, musica sacra e inni ad ispirazione religiosa.

Musica per resistere, per non piegarsi… per vivere.

La “musica dell’Olocausto” composta nei ghetti e nei campi di concentramento, tra i rifugiati o nella clandestinità, dopo la fine della Seconda guerra mondiale è diventata anch’essa strumento della memoria. Numerosi musicisti e compositori furono discriminati o deportati per appartenenza alla razza, per idee politiche o per orientamento sessuale. Inoltre il nazismo promuovendo un proprio stile musicale bollò come Entartete musik il jazz e ogni altro genere non gradito ai vertici del Reich. Di conseguenza iniziò un rastrellamento feroce contro compositori e musicisti non allineati al regime.

La fortezza di Terezin fu inglobata nel Reich tedesco nel 1938 e trasformata in un ghetto e poi campo di concentramento. Dopo opportuni ampliamenti divenne il luogo in cui inviare artisti, musicisti e intellettuali famosi che, per ragioni di notorietà, non potevano essere soppressi subito. Tra i disegni di molti artisti ne sono stati ritrovati alcuni realizzati per pubblicizzare i concerti e le serate musicali, diverse scenografie per spettacoli di teatro, opera e cabaret. Tantissimi artisti scrivevano, componevano e realizzavano opere liriche. Uomini e donne, dopo una giornata di lavoro coatto ricavavano mezz’ora per le prove con il direttore d’orchestra Schächter che portò in scena La sposa venduta di Smetana, la Carmen di Bizet, Rigoletto, Tosca e tanti altri titoli, trascrivendo le parti, insegnando al coro e ai solisti, introducendo strumenti musicali in contrabbando. Theresienstadt diventò il biglietto da visita da offrire all’ispezione del ’44 della Croce Rossa Internazionale.

Non potendola rifiutare, i nazisti cominciarono sin dalla primavera del ’44 ad ampliare ed abbellire il ghetto aprendo negozi, caffè, parco giochi per bambini, eliminando l’ospedale in favore di un auditorium per la musica, piantando alberi e fiori. Per evitare la sovapopolazione, ben 7000 “ospiti” furono deportati rapidamente ad Auschwitz. Gli altri furono istruiti per recitare una grande messainscena. Alla presenza degli ispettori fu persino rappresentata l’opera Brundibar di Hans Krasa fornendo una immagine artistica felice della vita a Terezin. I nazisti si entusiasmarono così tanto a questo falso progetto da girare persino un film e proiettarlo poi in tutte le sale tedesche: “Il Fṻhrer regala una città agli ebrei” spegnendo ogni polemica a livello nazionale e internazionale.

La realtà fu ben diversa, tutti i protagonisti del film furono trucidati ad Auschwitz ma prima eseguirono un magnifico Requiem di Verdi dinanzi ad Eichmann. Egli intese che gli ebrei lo eseguissero per se stessi, come per suonare la campana funebre per le proprie esequie invece gli ebrei intendevano benissimo per chi nel ’44 si suonasse a morto e fu il presagio della fine del Reich.

La memoria musicale

Determinati e coscienti dell’importanza della loro testimonianza per le generazioni future, i compositori internati si preoccuparono di nascondere le proprie opere per evitare che andassero perse o distrutte durante la deportazione nei campi di sterminio. Shmaryahu “Shmerke” Kaczerginski, poeta e musicista, dedicò gran parte della propria vita alla raccolta di canzoni yiddish, la lingua parlata dalla maggioranza degli ebrei dell’Europa centrale e orientale completando una raccolta immensa. In Puglia abbiamo sin dal 1994 il FARLIBE Duo, composto da Giovanna Carone e Mirko Signorile che si è prodigato per far rivivere la canzone d’autore yiddish rivisitata in modo originale. Pur essendo due musicisti profondamente diversi per formazione e carattere, la cantante barocca e il pianista jazz hanno dato vita ad un percorso di riscoperta musicale e memoria.

Il “Quatuor pour la fin du temps”

Altra celebre composizione dalla capacita evocativa è il “Quatuor pour la fin du temps” (Quartetto per la fine del tempo”)  di Olivier Messiaen. La lacerante composizione fu concepita per violino, clarinetto, violoncello e pianoforte dal musicista francese durante la permanenza nel campo di concentramento Stalag VIII-A di Gorlitz, al confine Sud-Ovest della Polonia. Messiaen scrisse questa composizione per i musicisti che erano con lui prigionieri. Il Quatuor è dedicato all’ Apocalisse (ovvero alla fine del tempo per definizione) e la partitura si apre con una citazione dal testo di San Giovanni modificata leggermente dal compositore. Il “Quatuor pour la fin du temps” è considerato uno dei piu alti esempi di musica cameristica del ventesimo secolo. Esso fu eseguito per la prima volta in prigionia nel campo di concentramento di Gorlitz. Viene raramente eseguito per la difficoltà e la densità della partitura.  Il 25 gennaio  2020 è stato portato in scena a Molfetta (Ba) dal Quartetto Auditorium (Perpich, Mastromatteo, Piepoli, Argentieri) per l’Associazione Auditorium di Castellana Grotte.

Un grandissimo lavoro di trasmissione della memoria viene svolto da Francesco Lotoro, pianista, compositore e direttore d’orchestra. Negli ultimi 30 anni, è stato instancabilmente impegnato nel recupero e promozione di migliaia di opere di musica concentrazionaria. Ha raccolto oltre 8.000 partiture – spesso prodotte nei campi di concentramento, sterminio e prigionia civili e militari di tutto il mondo. Questa immensa eredità artistica e umana che Francesco Lotoro è riuscito a raccogliere, è alla base della Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, creata nel 2014 a Barletta. Una incommensurabile eredità artistica e umana che sarà il cuore della Cittadella della Musica Concentrazionaria, il più grande hub al mondo dedicato alla musica prodotta nei Campi. La Fondazione ILMC si è assunta il compito di prendersi cura di questo patrimonio provvedendo alla conservazione, trascrizione, digitalizzazione, esecuzione e registrazione delle migliaia di partiture musicali che sono rimaste sottratte per oltre 70 anni alla pubblica conoscenza e fruizione. Grazie a Francesco Lotoro e alla Fondazione ILMC, questa musica ha varcato il confine di filo spinato dei Campi, rivelando un multiforme universo di sentimenti e di emozioni, così come di grandi talenti e capolavori, finalmente a disposizione della generazione presente e di quelle future.

La memoria della Shoa è un monito permanente della storia del mondo a dimostrazione di quanto sia semplice e rapido per una società imbarbarirsi, respingere e cancellare i valori culturali e spirituali che si ritengono ormai definitivamente acquisiti.