Dei modi e dei sistemi della crudeltà contro gli animali

Leggendo l’elenco degli strumenti rilevati nei 342 casi analizzati nella ricerca “Preso dal nervoso, gli ho sparato – vittime e offender nel maltrattamento di animali”,  parafrasando Isabel Allende, possiamo affermare che nella violenza ci sono pochi progressi e che per ammazzare gli animali si ricorre perlopiù agli stessi sistemi fin dai tempi barbari. Scorrendo l’elenco dei 48 modi e strumenti, la stragrande maggioranza dei mezzi utilizzati è alla portata di ognuno di noi, facilmente reperibile o utilizzabile da tutti, come pietre, bastoni, forbici, coltelli, catene, martelli, picconi, corde, spranghe, tenaglie ecc. Altri strumenti e armi, invece, come fucili e pistole, sono nelle disponibilità di pochi, altri ancora, di determinate categorie, come pungoli elettrici e pistole a proiettile captivo.

Catene e corde rappresentano la categoria più numerosa, il 39,6%. Legare, incatenare, vincolare è l’uso più comune di questi oggetti. Limitare il movimento dell’animale è delimitare lo spazio a lui riservato, creando un confine tra zona lecita e illecita speculare ai confini di specie creati dalla cultura antropocentrica dominante: una separazione mentale, prima ancora che spaziale.

Al contenimento con corda o catene in un determinato spazio, si accompagnano quasi sempre l’esposizione alle intemperie, l’assenza di adeguati ripari, condizioni igieniche precarie. La catena confina in un mondo di privazioni e sofferenza, isola il diritto di vivere secondo la propria natura, limita non solo il movimento, ma il sentirsi vivo. Si sopravvive, stando a catena, non si vive; e legare in alcuni casi fa rima con imprigionare.

Legare/legame, si determina qui un legame malsano, basato sulla supremazia e non sull’empatia; lontano da quel legame affettivo basato sul rispetto, l’unico legame accettabile, che dovrebbe accompagnare il rapporto con gli animali. In latino corda significa cuori. Il solo vincolo, mancante in questa misera realtà, che si dovrebbe stabilire con il nostro animale quotidiano, come direbbe Anna Mannucci, è proprio quello con il cuore, inteso, senza nessuna ricaduta sentimentalista, come dimora del rispetto e della considerazione.

Ma le corde e catene servono anche per picchiare, impiccare, incaprettare, torturare. E così, si picchia il cane con una corda, si appende il gatto fuori al balcone senza una chiara motivazione, si impicca il cane per puro piacere, si incapretta l’animale per trasportarlo, se ne lega un altro per torturarlo.

Seguono gli strumenti a punta e taglio, coltelli, bisturi, mannaie e forbici che rappresentano il 31,25% dei mezzi usati. Non è difficile comprendere di quali mostruosità si tratti: la scelta delle armi, com’è noto, denota anche la personalità perversa del soggetto. Strumenti al servizio della natura sadica e della crudeltà dell’offender. Armi utilizzate per torturare e sezionare, tagliare e fare a pezzi, incidere e lacerare, decapitare e smembrare… Diversamente dalle armi da fuoco, efficaci anche da lontano, le armi a punta e taglio implicano un rapporto diretto, immediato con la vittima e richiedono più azioni. Determinano un contatto diretto con il sangue e gli spasmi del corpo ferito e definiscono l’immediata percezione del rapporto tra colpo inferto e dolore provocato, tra volontà omicida e morte che sopraggiunge.

Le armi da fuoco, fucili e pistole, rappresentano il 29,2% dei casi. Armi usate senza un perché, in pieno giorno, contro tranquilli animali che hanno avuto la sorte avversa di trovarsi sullo stesso cammino dell’offender e che per futili motivi sono stati uccisi. Il gatto di strada miagola? Si risolve la cosa con la carabina; il cane del vicino abbaia? La soluzione è un colpo di pistola; mentre un colpo di fucile da caccia caricato a pallini, può togliere il fastidio del cane vagante che entra nel proprio terreno. Solo in pochissimi casi, quattro in tutto, le armi da fuoco erano tenute illegalmente o appartenevano alla categoria delle armi clandestine, nella maggioranza dei casi si tratta di fucili da caccia detenuti regolarmente.

Quasi il 23% dei mezzi utilizzati per commettere il reato è rappresentato da veleni, bocconi avvelenati, sedativi e polpette imbottite di spilli. Si tratta perlopiù di casi relativi alla pratica criminale dell’avvelenamento di animali, in particolare animali domestici vaganti, ma in questa analisi sono stati registrati anche episodi diretti all’uccisione di fauna selvatica. Lo spargimento di veleno è un’attività criminale plurioffensiva capace di provocare un numero imprecisato di vittime appartenenti a specie diverse, accumunate dalle atroci sofferenze che patiscono prima del sopraggiungere della morte.

L’acqua è per antonomasia sinonimo di vita, elemento essenziale per l’esistenza senza il quale nulla sarebbe. Eppure, c’è chi la trasforma in strumento di morte. Uccidere animali tramite annegamento è un’antica quanto spietata pratica tuttora in uso. Cuccioli sommersi in acqua nel lavandino, oppure cani gettati nel fiume o a mare con un peso legato al collo, sono i classici esempi. Ma si arriva anche al sadismo puro mettendo un cane in una vasca da bagno e versandogli addosso una pentola di acqua bollente…

E, infine, il fuoco, altro elemento legato all’origine di tutto, ma che da mano depravata può diventare la fine di tutto, almeno per la vittima bruciata viva, in improvvisati autodafè urbani. Si stenta a credere che certe cose possano accadere per davvero. Com’è pensabile prendere una cagnolina, metterla in un sacco e darle fuoco? «L’incendiario si colloca così al di sopra della legge, in una posizione di disprezzo degli altri. Il fuoco permette la dominazione del debole sul forte. È un’arma onnipotente che permette di dominare spaventando gli altri. La fiamma è, secondo G. Bachelard, “un nutrimento di verticalità, un alimento verticalizzante” che conferisce al suo autore la possibilità di ergersi in maniera megalomane e di puntellare il suo narcisismo traballante».

Ciro Troiano