Il processo di vittimizzazione animale

È una narrazione priva di parole, ma che comunica con lamenti, guaiti, mugolii, boccheggiamenti, tristi pigolii, quella della violenza contro gli animali. Le vittime animali non hanno parola e la loro sofferenza, in questo senso, è inenarrabile. Ogni tentativo di narrazione di per sé parte da una prospettiva umana, non da quella della vittima animale, e ciò determina un problema di pensiero prodotto dall’assenza di parole. Chi non ha parola non esiste, per questo ai nemici si impedisce di parlare e ai prigionieri si mette il bavaglio. Lo stato di non parola, per l’ideologia del dominio, è uno stato di non essere. Prive di significato sono quelle vittime senza nome. Nel corso della ricerca “Preso dal nervoso, gli ho sparato – vittime e offender nel maltrattamento di animali”, non è stato assolutamente semplice arrivare a capire quante vittime animali sono state offese nei 342 casi analizzati, poiché in alcuni procedimenti non venivano neanche enumerate ed erano quantificate con “centinaia”, “numerosi” e addirittura in chili. E questo la dice lunga sul ruolo assegnato alle vittime nei procedimenti a danno degli animali, sulla dignità a loro riservata. Una totale assenza di considerazione tanto che a volte non viene indicata neanche la specie. Eppure, dietro ad ogni singolo fatto si nasconde la storia di un essere vivente con la sua sofferenza e i suoi patimenti silenziosi. Un “silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme”, per dirla con Borgna. Il silenzio che si trasforma in arma di dominio e di potere antropocentrico.

10240 vittime animali di cui 901 uccise o morte a seguito dei maltrattamenti subiti. Un rapporto offender/vittimadi 1 a 20. Ogni altra considerazione è superflua.

Il serraglio del maltrattamento è davvero ricco sia per numero che per le specie indicate. Il cane è la specie più numerosa, con quasi il 35% degli animali coinvolti, e questo si spiega con il fatto che ricade in varie forme di malaffare, che vanno dal traffico di cuccioli alla gestione di canili abusivi, agli allevamenti non autorizzati. In questa categoria dell’indicibile seguono gli uccelli con il 27% del totale delle vittime. Animali trafficati per collezionismo, per essere trasformati in pietanze o per vivere da schiavi come uccelli da richiamo o, ancora, ammazzati nell’attività venatoria illegale.

Urlo straziante è quello dei senza voce per antonomasia, i pesci. Un solo procedimento analizzato con 9 vittime. Un dato assolutamente lontano dalla realtà che vede i pesci tra gli animali più maltrattati e sfruttati. Ma l’andamento giudiziario rispecchia le condotte culturali predominanti e anche sotto il profilo della tutela penale si presta maggiore attenzione ai fatti accaduti a determinate specie, piuttosto che ad altre, meno attrattive e più lontane dalla nostra quotidianità.  

Nel processo di vittimizzazione possiamo individuare alcuni fattori di rischio:

  • Rischio di specie o di razza: alcuni animali sono maggiormente a rischio esclusivamente per l’appartenenza ad una determinata specie o razza. Si pensi al Cardellino, vittima di un traffico illegale molto diffuso, oppure a specie esotiche che sono rapite dal loro ambiente naturale per essere trafficate; ancora a determinate razze di cani selezionate per attività come i combattimenti o a quelle razze rubate perché ritenute di particolare valore economico o, infine, agli animali selezionati per gli allevamenti a scopo alimentare.
  • Rischio ambientale: vivere in determinati contesti sociali e culturali espone gli animali ad abitudini e consuetudini locali spesso fortemente pericolose per determinati animali. Si pensi ad alcune tradizioni culinarie con pietanze a base di fauna selvatica, o a tradizioni che implicano l’uso di animali o, ancora, alle credenze che accompagnano certi animali e che li espongono ad atti di ostilità.
  • Rischio di stato: essere randagi o vaganti espone gli animali ad atti di violenza, al rischio di avvelenamenti, ad atteggiamenti ostili e offensivi. Animali vaganti, come le vacche in alcuni territori, sono soggetti a ritorsioni e uccisioni arbitrarie. Lo stato di alloctono, ovvero di specie considerata invasiva, determina ostilità e una generale avversione condivisa in larghi strati della popolazione.
  • Rischio intrafamiliare: animali che vivono in famiglie disfunzionali o in cui prevalgono condotte non rispettose delle loro esigenze etologiche, e che possono essere vittimizzati sotto molteplici aspetti, come incuria, abbandono fisico ed emotivo e maltrattamenti vari.
  • Rischio occasionale: trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, come gli animali picchiati o uccisi in contesti di violenza, gli animali colpiti a caso, uccisi senza un perché.
  • Rischio di vittimizzazione secondaria: per quegli animali, già maltrattati e sequestrati o randagi e affidati a strutture, che possono subire altre forme di maltrattamento nei canili o rifugi ai quali sono stati affidati ad opera di addetti alla loro custodia o cura.

In generale, però, possiamo affermare che la sola condizione di essere animali diversi dalla specie umana è di per sé un fattore a rischio di vittimizzazione in una cultura dominante improntata all’antropocentrismo e allo specismo.

Ciro Troiano