Maltrattamento animali: pene ridicole

Continuando ad analizzare la ricerca “Preso dal nervoso, gli ho sparato” relativa alla fenomenologia del maltrattamento di animali nel nostro Paese, più che giusta pena, ovvero adeguata all’offesa ed idonea a risarcire il danno arrecato, scorrendo le condanne delle sentenze, laddove ci sono, si ha la sensazione di trovarsi alla presenza di meri “scappellotti” giuridici, di qualcosa di poco più di un ammonimento, di una pena meramente formale. Eppure, le modalità e i modi utilizzati dagli offender sono da film di paura.

Per rendersi conto della irrisorietà delle sanzioni, basta sommare le pene stabilite dalle sentenze analizzate nella ricerca, ad esclusione dei casi di condanna per il concorrere di altri reati puniti più severamente. Per 1962 animali vittimizzati, maltrattati, detenuti in condizioni proibitive, o, addirittura, torturati e uccisi, si contano 347 mesi, tra reclusione e arresto, e 264.650 euro, tra multa e ammenda: 5 giorni e poco meno di 135 euro ad animale. A questo bisogna aggiungere che sono numerosi i casi di sospensione della pena e della non menzione. Se si considera poi, che per la pena stabilita per questi reati nessuno va in galera, a meno che non vi sia il concorso di altri reati ritenuti più gravi o la presenza di precedenti tali che impediscano l’applicazione della sospensione, le pene emesse rappresentano poco di più di una lavata di testa.

Emblematico quanto segue: nel mese di gennaio 2020, un cacciatore è stato condannato con decreto penale ad un’ammenda di 1.000 euro. È stata disposta anche la confisca e distruzione del fucile, del richiamo, e della fauna abbattuta. Fin qui tutto normale. Ma vediamo meglio di cosa era accusato… il 15 settembre 2019, l’uomo fu sorpreso dalla Provinciale di Vicenza a cacciare con un richiamo acustico elettromagnetico. Nel capanno furono trovati una tortora dal collare orientale e un prispolone abbattuti, nonché numerose altre penne di tortora e prispolone. Nella conseguente perquisizione domiciliare, gli agenti trovarono, nel garage dell’uomo, una cella frigorifera coperta da un telo contenente decine di sacchetti con uccelli congelati. In tutto 688 uccelli protetti: 23 tortore dal collare orientale; 45 peppole; 2 passeri d’Italia; 147 fringuelli; 132 cardellini; 120 fanelli; 109 verdoni; 2 frosoni; 52 verzellini; 1 picchio verde; 1 tordela; 2 zigoli neri; 40 prispoloni; 5 migliarini di palude; 1 cinciallegra; 3 capinere; 1 luì piccolo; 1 cinciarella; 1 pettirosso. Mille euro per tanti animali uccisi, ovvero 1,45 euro ognuno…Tanto vale per la legge un animale protetto abbattuto.

Un’altra cosa da sottolineare è che alcuni reati, come l’abbandono e la detenzione incompatibile di animali con la loro natura, e i reati venatori, sono contravvenzioni e per tale tipologia di reati, ai sensi degli articoli 162 e 162 bis del codice penale è possibile chiedere l’oblazione. In particolare, nelle contravvenzioni per le quali la legge stabilisce la sola pena dell’ammenda, come alcune ipotesi previste dai reati venatori, il contravventore è ammesso a pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima del decreto di condanna, una somma corrispondente alla terza parte del massimo della pena stabilita dalla legge; mentre nelle contravvenzioni per le quali la legge stabilisce la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda, come nel caso del reato di abbandono di animali di cui all’art. 727 cp e altri reati venatori, il contravventore può essere ammesso a pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima del decreto di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della ammenda stabilita. In pratica pagando una somma di denaro si estingue il reato e non compare nulla sulla fedina penale, come se il reato non fosse mai stato commesso.

Sul numero delle sentenze emesse incidono diversi istituti giuridici, come per esempio, quello della “messa alla prova” che comporta la sospensione del procedimento per i reati ritenuti di minore importanza. E così, con la partecipazione ad un lavoro di pubblico interesse a favore della società, si estingue il reato. Vallo a spiegare alla vittima.

Va poi aggiunto l’istituto della tenuità del fatto che può portare a fatti di questo tipo: dichiarazione di non doversi procedere perché non punibile per particolare tenuità del fatto nei confronti di una persona accusata di maltrattamento di animali perché «cagionava a un cane lesioni consistite in “dolorabilità lungo tutta la colonna vertebrale, imponente edema sottocutaneo a livello di ala ischiatica ed evidente stato di shock”, colpendolo mentre passeggiava sul marciapiede a seguito del padrone, con violenti calci che lo scaraventavano ad alcuni metri di distanza».  Il dolore provato dalla vittima non è stato per nulla preso in considerazione e c’è da chiedersi quale sarebbe stata la decisione se al suo posto ci fosse stato un umano. Più che un non luogo a procedere è un ingiusto non procedere.

Ciro Troiano