Sull’assurdità e la stupidità di tutte le guerre

La natura ha dotato il mondo animale di istinti quali fattori di sopravvivenza, conservazione e riproduzione della specie. Questo, infatti, vive quasi totalmente d’istinto (a parte la nostra specie), e riesce a farlo molto bene soddisfacendo tutte le necessità del momento, senza lasciarlo deviare in quell’insano istinto di iper sopravvivenza in gran parte orientato al futuro e spesso realizzato a discapito dei propri simili.  Deviazione che pare contraddistinguere soltanto l’uomo.

  L’uomo, difatti, con la sua intelligenza superiore e la sua capacità d’immaginazione, possiede l’attitudine ad elaborare progetti a lunga scadenza, riuscendo così ad andare al di là delle necessità del mero presente; e per certi versi questa si rivela un’attitudine vincente. Quando però intelligenza e immaginazione si educano in un ambiente poco spirituale e malsano, sembra proprio che gli uomini pervertano il loro sano istinto di sopravvivenza e lo trasformino in qualcosa di insensato e mostruosamente eccessivo. In tal modo la facoltà umana di pianificare il futuro si tramuta in azioni distruttive per accaparrarsi sempre più territori e risorse di cui poter disporre nell’ambito esclusivo di un malinteso sentimento di appartenenza qualsiasi: nazionale, razziale, religioso o altro. Una simile nevrotica corsa, se non addirittura schizofrenica per l’evidente e patologica separazione tra il piano dei sentimenti e quello della ragione, alla fine risulta pure fortemente auto lesiva, come spesso la storia ha dimostrato.

  Gli animali inferiori lottano tra di loro per sfamare ad esempio la fame del momento, o per difendere quel pezzo di territorio necessario alla loro semplice sopravvivenza, o per soddisfare quell’istinto sessuale che fa capo alla necessità vitale di tramandare i propri geni e di perpetuare la specie. Solo l’animale uomo combatte il suo simile, arrivando persino ad ucciderlo, per saziare quella smisurata avidità di ogni cosa proiettata al futuro e che nasce da un sentimento malato più o meno inconscio di inadeguatezza e d’impotenza nei confronti del proprio simile. Un sentimento deviato d’inadeguatezza nel vivere in armonia con gli altri e nel senso della collaborazione piuttosto che della continua competizione.

  Perché solo un disperato tentativo di compensazione di tale inadeguatezza e della maledetta paura che ne deriva può essere la nevrotica, stupida e assurda corsa all’espansione territoriale, al potere e alla ricchezza, senza arrivare a concepire dei limiti proporzionati all’effettiva necessità di sopravvivenza. E all’interno di questi vasti spazi gli uomini credono di sentirsi al sicuro dominando; ma in realtà la paura dell’altro li attanaglia in continuazione rendendoli inquieti, insicuri e incapaci di dare e ricevere amore, rimanendo paradossalmente essi stessi dominati dall’ignoranza di se stessi, dalle loro paure e dall’odio.

  Per non avere paura degli altri invece, per non vedere gli altri come potenziali competitori nella vita, per non incorrere nell’errore della corsa all’ipersopravvivenza, per non concentrare tutta la propria esistenza nella follia dell’iperdominio e nella volontà di potenza esagerata, e dunque per evitare tutte quelle conseguenze che inevitabilmente culminano negli asti, o, peggio, nelle guerre e nei genocidi, bisogna divenire consapevoli e padroni della propria interiorità e delle proprie paure. Serve questo per superare quest’ultime e sviluppare l’amore al posto dell’odio, per integrare e ricollegare la ragione al sentimento, e per giungere all’agognata pace dell’anima e di conseguenza alla perenne pace e giustizia nel mondo.

Angelo Lo Verme