Le due facce della migrazione

Dopo settimane in cui gli occhi del mondo erano puntati sul conflitto in corso in Europa Orientale, è necessario ora spostare l’attenzione su ciò che sta accadendo nelle acque del Mediterraneo; complici i venti lievi, il mare calmo ed il clima più mite, negli scorsi giorni è aumentato il flusso di migranti provenienti dalle coste del Nord Africa.

Il Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) riporta ad oggi come il numero di persone fuggite dal territorio ucraino si aggiri già attorno ai 4 milioni e mezzo, principalmente negli stati vicini quali Polonia, Romania, Ungheria e Moldavia, senza contare i cosiddetti “rifugiati interni”, cioè persone che non hanno voluto o potuto lasciare il paese dovendo però abbandonare la propria casa. Si parla di numeri complessivi circa di 6 milioni e mezzo di persone.

A fronte di questi numeri impressionanti e dato il recuperato senso di solidarietà nei confronti di questi “ultimi”, dovuto anche alle tante testimonianze provenienti dal fronte ucraino, è importante non dimenticare ciò che sta succedendo nel Nostro Mare, permettendo una riflessione sulla percezione del fenomeno migratorio.

 Da venerdì 8 aprile sono sbarcati a Lampedusa, a varie riprese, circa 800 persone accompagnate sull’isola dalla guardia costiera dopo gli ormai noti viaggi interminabili su imbarcazioni di fortuna.

La natura degli eventi nelle situazioni di crisi non cambia a prescindere dall’importanza che l’opinione pubblica riserva ad esse, infatti l’arrivo di 800 migranti ne  ha messo a dura prova il centro accoglienza, che gestisce anche i protocolli di quarantena Covid.

La retorica della “ripresa degli sbarchi” è però una falsità; ci si riferisce infatti ad un processo che in realtà non si è mai interrotto nemmeno nei suoi aspetti più tragici. Nei primi giorni di aprile Medici Senza Frontiere ha reso noto come al largo della Libia, durante un viaggio che puntava a Nord verso l’Europa, una nave con a bordo un centinaio di migranti fosse naufragata in acque internazionali causando la morte di oltre 90 persone.

90 persone sono più di quelle decedute nell’attacco missilistico alla stazione di Kramatorsk, e pur non dovendo mai essere una gara di numeri, è necessaria una riflessione su quali siano i parametri, totalmente arbitrari, con cui si decide quando un determinato evento risulti più tragico e sia più meritevole dell’attenzione di opinione pubblica e stampa.

Così come riportato dagli unici 4 superstiti salvati da una petroliera che li ha intercettati sulla sua rotta, questi individui erano in mare da diversi giorni e sono stati ricondotti verso le coste della Libia, nonostante gli avvisi di M.S.F. indicanti la Libia come porto non sicuro in cui tornare a causa dei rischi per i migranti di finire in centri di detenzione e divenire soggetti sottoposti a violenza ed abusi.

Ancora è giunto il report di una delle navi Sea-Watch che sabato 9 ha sventato un simile naufragio, salvando la vita a 34 persone sulle circa 50 presenti sull’imbarcazione come da testimonianza dei pochi superstiti. La stessa Sea-Watch ha attualmente a bordo oltre 200 profughi di cui purtroppo non si conosce ancora la destinazione di sbarco, pur navigando le acque del nostro mar Mediterraneo.

Non è quindi importante farsi portavoce di una propria morale, positiva o negativa che sia, relativa al fenomeno “immigrazione” , ma realizzare quanto influenti siano gli opinion leader, i mezzi d’informazione e i partiti politici nel cavalcare ed orientare il discorso pubblico. Al netto dei torti o ragioni delle guerre, appare evidente che un profugo rimanga un profugo, tutto quello che viene agganciato al profugo, la sua storia, è narrazione.

Da una parte una madre in fuga con i propri figli da una zona del mondo diventa quella che va protetta ed aiutata affinché i suoi bambini possano superare i traumi ed avere un futuro migliore, mentre dall’altra la stessa madre che scappa con gli stessi figli arrivando però da un posto diverso diventa quella che si stabilisce qui, per sfruttare i servizi messi a disposizione dai nostri Stati e far crescere i suoi numerosi figli che diventeranno adulti criminali e disadattati.

Queste alterità degli “immigrati” contrapposte all’identità di cittadino europeo vengono, come spiega l’antropologo Francesco Remotti, percepite nella loro accezione più negativa, quali minacce legate alla paura di dover spartire, di dover quindi perdere le proprie cose, le proprie sostanze,  i propri privilegi.

A favorire una narrazione rispetto ad un’altra è sicuramente il sentire di ognuno, ma soprattutto quello che come società decidiamo di raccontarci di questi “immigrati” e ci metteremmo davvero poco, un domani, a descrivere anche gli adolescenti ucraini come ladruncoli e scansafatiche.

Come riportato da figure a contatto con queste realtà quali Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, e Totò Martello, Sindaco di Lampedusa, i due fenomeni migratori sono stati trattati in maniera estremamente diversa; è quindi importante interrogarsi sui perché dei nostri comportamenti ricordando sempre che ognuno di noi ha un ruolo in questa partita.

Ninì Romanazzi