Sulla pace

Il vocabolario Treccani definisce la parola guerra nel seguente modo: “Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; […]”. Lo stesso vocabolario Treccani definisce il termine pace come la “Condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e di conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri stati, altri gruppi: […]”. Altri dizionari la definiscono come “Assenza dello stato di guerra […]” o “Assenza di guerra o di ostilità […]”. Poi c’è l’aforistica e cruda definizione di pace dello scrittore e commediografo francese Jean Giradoux: “La pace è l’intervallo fra due guerre”.

  Da queste definizioni si può notare come per definire il vocabolo pace si debba ricorrere all’uso della parola guerra in quanto sua opposta. Come se la parola pace non avesse una sua accezione positiva ed essa fosse una condizione umana sempre in precario equilibrio. Un fragile equilibrio che oscilla fra i diversi umori di due o più parti in costante attesa di una contesa in continuo divenire. Anche la sua stessa etimologia ci dice molto. Dal latino pax pacis, pace deriva dalla stessa radice sanscrita di pak, pag- che si ritrova in pangere «fissare, pattuire, legare, unire» e pactum «patto». Insomma, per avere la pace è necessario fissare, pattuire, fare un patto, un accordo, altrimenti essa è facilmente compromessa, il litigio e lo scontro sono dietro l’angolo ad attendere la facile rottura del suo delicato e precario equilibrio.

  Ovviamente il linguaggio ha sempre una grande valenza antropologica e dunque un qualche motivo ci deve essere se la parola guerra sembra sia nata prima della parola pace. La litigiosità è connaturata nel genere umano; probabilmente perché da sempre la sopravvivenza e la convivenza sono più complicate in un approccio all’esistenza più istintivo che razionale, più infantile che maturo. Nel risolvere le quotidiane controversie gli adulti immaturi litigano, strillano e si accapigliano; quelli più maturi pensano, ragionano e alla fine trovano un accordo, magari ricorrendo al compromesso. La vita dell’individuo è soddisfare i propri bisogni, quella in comune è soddisfare anche i bisogni altrui. Cosicché il compromesso diventa il fondamento della società, con regole e norme riconosciute e da rispettare ai fini della serena convivenza e, in definitiva, della pace sociale. Magnifici traguardi mai raggiunti in pieno e ad oggi ancora utopici.

  Penso che ai fini della pace sociale, la pace interiore sia fondamentale. Fino ad oggi le rivoluzioni in generale sono state soltanto di tipo socio-politico: di sinistra, di centro o di destra, poco importa; ma certamente non hanno cambiato granché l’assetto sociale basato sull’egoismo e la sopraffazione del più forte sul più debole. Necessita invece una rivoluzione interiore di massa per cambiare l’approccio all’esistenza in una modalità altruistica. Nel corso della storia pochi individui sono riusciti a compiere la propria rivoluzione interiore, a divenire, con termini derivanti dalle culture di appartenenza, Consapevoli, Risvegliati, Illuminati, Santi, ecc. Molti hanno lasciato il segno del loro passaggio terreno e dal loro esempio e insegnamento sono nate varie discipline o religioni con dentro nobili dottrine, quantomeno negli intenti. Poi gli uomini non risvegliati le hanno usate, piegate e ridotte, ancora egoisticamente per i loro fini, a mere rigide norme di comportamento, smarrendone l’autentico senso originario che è risvegliarsi individualmente e divenire consapevoli. Ogni messaggio spirituale proveniente da altri, per forza di cose, viene travisato e distorto. La rivoluzione interiore deve essere personale, compiuta all’interno dell’individuo, magari con la guida diretta di un Maestro che l’ha già attuata. Osho era solito ripetere che il cammino spirituale è come un sentiero di cui il Maestro può indicare la direzione, ma poi è l’allievo che deve percorrerlo con i propri piedi per giungere alla meta. Serve a poco scimmiottare la “camminata” del Maestro, o a imitare o a recitare i testi sacri se non avviene un’autentica conversione, una rivoluzione dentro la propria anima.

  Solo dalla pace interiore degli individui può riflettersi l’identico stato di pace generalizzata nella società, e viceversa, in un magnifico circolo virtuoso che oggi, purtroppo, appare utopico. A questo punto definirei la pace sociale semplicemente come la somma della pace interiore delle masse.

Angelo Lo Verme