Estradizione di Julian Assange e futuro del giornalismo d’inchiesta

WikiLeaks, l’organizzazione co-fondata dall’attivista e giornalista australiano Julian Assange, il 25 luglio 2010 pubblicò decine di migliaia di documenti statunitensi secretati relativi a crimini di guerra in Iraq e in Afghanistan. I documenti gli furono consegnati dalla ex militare Chelsea Elizabeth Manning, analista di intelligence, che venne arrestata e condannata a 35 anni di carcere per attentato alla sicurezza dello Stato. Venne rilasciata dopo più di sette anni per la grazia ricevuta dall’allora Presidente Barack Obama il 17 gennaio 2017. Viene arrestata ancora nel marzo 2019 e liberata dopo circa un anno. Il 18 novembre 2010 il tribunale di Stoccolma spicca un mandato di arresto in contumacia per Julian Assange con l’accusa di stupro, come viene rubricato un rapporto non protetto in Svezia, nei confronti di due sue ex amanti comunque consenzienti, e per essersi rifiutato di sottoporsi a visita medica per eventuali malattie sessualmente trasmissibili. Il 7 dicembre 2010 egli si presenta negli uffici di Scotland Yard e viene arrestato in seguito al mandato di cattura europeo. Dopo nove giorni di carcere Assange viene rilasciato su cauzione. Gli Stati Uniti chiedono a Londra la sua estradizione.

  Nel giugno 2012 la Corte Suprema britannica, massimo organo giudiziario del Regno Unito, rigetta il ricorso di Assange contro il via libera all’estradizione negli USA per l’accusa di spionaggio. Così egli si reca all’ambasciata dell’Ecuador di Londra per chiedere asilo politico, che gli viene concesso il 16 agosto dello stesso anno dal Governo socialista di Rafael Correa. Fino all’11 aprile 2019, quando, in seguito ad alcune controversie con le nuove autorità dell’Ecuador, gli viene revocato l’asilo politico e viene permesso agli agenti della polizia metropolitana londinese di entrare nell’ambasciata per arrestarlo e tradurlo nella “HM Prison Belmarsh” (definita una sorta di Guantanamo britannica) con l’accusa di violazione dei termini della libertà su cauzione relativa alle predette accuse di stupro dalla Svezia, poi archiviate. Fra l’altro, nel 2019 si scoprì che durante questi sette anni di permanenza nell’ambasciata ecuadoregna, all’insaputa dello stesso Governo dell’Ecuador, Assange fu sottoposto a spionaggio audio e video. Ogni incontro con i suoi avvocati, con giornalisti e con vari visitatori, fu registrato, si pensa in favore del Governo USA. 

  I documenti relativi alla guerra in Afghanistan, gli Afghan war Logs (Registri della guerra in Afghanistan) mostrarono al mondo intero i dati raccapriccianti riguardo al comportamento dell’esercito USA di sei anni di guerra in Afghanistan appunto: dal 2004 al 2009, cioè sugli anni del secondo mandato di George W. Bush e sul primo anno di quello di Barack Obama. Gli Afghan war Logs sono dei veri e propri diari di guerra, composti da 76.910 files corrispondenti ad altrettante relazioni giornaliere redatte sinteticamente e in uno stretto gergo militare dai soldati americani sul campo. La sintesi non ha impedito di riportare con grande precisione la data, l’ora e la posizione inerenti gli scontri, gli incidenti, i morti, i feriti, i prigionieri e le stragi di civili. Come tutti i diari, anche questi rivelano segreti e verità inconfessabili. L’insieme di questa grande massa di dati forniva al Pentagono una visione globale dell’andamento della guerra e gli serviva per studiare nuovi piani operativi e per fare analisi di intelligence. Attraverso questi racconti purtroppo si possono annoverare morti e feriti civili che nei dati ufficiali non risultavano computati. Vi si scoprono le missioni segrete della Task Force 373, un’unità di élite che rispondeva direttamente agli ordini del Pentagono inviata per rapire o uccidere, in maniera extragiudiziale, combattenti di spicco di Al-Qaeda e dei Talebani. Missioni che, come al solito, comportavano errori, gli eufemistici danni collaterali, che facevano stragi anche di donne e bambini. Cosa che alimentava il risentimento degli afghani nei confronti dell’esercito USA.

  Negata dall’Alta Corte di Londra nel gennaio 2021 per motivi di salute mentale l’estradizione di Assange negli USA per l’accusa di cospirazione e spionaggio, il 21 aprile scorso la stessa Corte l’ha concessa, e, salvo un ricorso dell’ultimo momento, ora si aspetta soltanto la firma della Ministra degli Interni britannica Priti Patel (che deve avvenire entro 28 giorni) per avviare il trasferimento di Assange negli USA. Qui egli rischia 175 anni di carcere e l’isolamento prolungato in un carcere di massima sicurezza, con gravi ripercussioni sul suo già precario stato di salute fisica e mentale. Tutto ciò avrebbe “conseguenze devastanti per la libertà di stampa e per l’opinione pubblica che ha il diritto di sapere che cosa fanno i governi in suo nome”, ha dichiarato Agnès Callamard dalla segreteria generale di Amnesty International, aggiungendo: “Diffondere notizie di pubblico interesse è una pietra angolare della libertà di stampa. Estradare Assange ed esporlo ad accuse di spionaggio per aver pubblicato informazioni riservate rappresenterebbe un pericoloso precedente e costringerebbe i giornalisti di ogni parte del mondo a guardarsi le spalle”

  Davanti il Tribunale di Westminster alcuni attivisti di WikiLeaks hanno protestato chiedendo di non estradare Assange negli USA; anche se l’esito appare scontato, considerati gli stretti rapporti di Londra con l’alleato statunitense. L’avvocata sudafricana Stella Morris, compagna e sposa da marzo di Julian Assange, al quale nei sette anni da rifugiato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra ha dato due figli, dice che ogni generazione ha una battaglia epica da compiere, e la libertà di stampa è la nostra. Combattere per la libertà di Julian Assange è combattere per la libera informazione, per la libertà di ogni giornalista di compiere il proprio lavoro e il proprio dovere, che sono quelli di informare correttamente l’opinione pubblica senza la paura di finire in carcere.    

Angelo Lo Verme