L’uomo di Altamura. Tutti abbiamo tracce di “Ciccillo” nel nostro DNA?

La prima specie del genere homo conosciuta è l’homo habilis (circa 2 milioni di anni fa). Molto simile all’australopiteco, l’homo habilis viene già ritenuto uomo per le sue abilità manuali: utilizzava infatti strumenti rudimentali per la caccia. Un’evoluzione arriva con l’homo erectus (circa 1 – 1,5 milioni di anni fa). L’erectus ha posizione eretta e una maggior capacità intellettiva, testimoniata anche dal maggior sviluppo della tecnologia rispetto all’homo habilis.

L’Uomo di Neanderthal (circa 100 mila anni fa) anticipa l’ascesa dell’Homo sapiens, la cui testimonianza principale è data dall’Uomo di Cro-magnon.

Lo scheletro fossile dell’Uomo di Altamura venne scoperto nel 1993 da alcuni speleologi altamurani e baresi all’interno del sistema carsico di Lama lunga, nel territorio di Altamura, nell’Alta Murgia della Puglia. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130mila anni. Non a caso lo scheletro presenta caratteristiche morfologiche e paleogenetiche che lo identificano come appartenente alla specie Homo neanderthalensis combinati con elementi di maggiore arcaicità. È un “antico” Neanderthal, la specie umana estinta vissuta in tutta Europa tra almeno 200mila e circa 40mila anni fa. Non c’è nulla di altrettanto completo come l’Uomo di Altamura nella documentazione paleoantropologica mondiale che precede la comparsa e la diffusione della nostra specie e riportare lo scheletro in superficie consentirà – assicurano gli esperti – analisi genomiche di grandissimo interesse scientifico. 

L’uomo di Neanderthal non si è estinto. Non completamente, almeno. Una parte vive in noi. È nei nostri geni. Le popolazioni di Neanderthal e gli Homo sapiens provenienti dall’Africa si sono incontrati 80.000 anni fa e, sia pure raramente, si sono incrociati e hanno avuto una prole fertile. Cosicché oggi nei nostri geni di sapiens eurasiatici c’è una piccola ma non banale componente (compresa tra l’1 e il 4%) di Dna ereditato da Neanderthal. È questa la prima – e forse neppure la più importante – conclusione che propone il gruppo di Svante Pääbo, dell’Istituto Max-Planck di antropologia evolutiva di Lipsia, in un articolo pubblicato venerdì su Science dopo aver analizzato oltre 3 miliardi di basi nucleotidiche del Dna nucleare di tre femmine di Neanderthal vissute circa 38.000 anni fa in una grotta della Croazia e aver paragonato la sequenza del loro Dna con quella di tre eurasiatici e di due africani. Dopo un’analisi attenta e molto sofisticata, Svante Pääbo e i suoi collaboratori hanno verificato che nel Dna dei tre eurasiatici vi sono tracce inconfutabili del Dna del neandertaliano. Tracce assenti nei due africani.
In definitiva possiamo dire che l’uomo di Neanderthal non si è completamente estinto. Una parte, sia pure minima, vive in noi.

Rocco Michele Renna