Il Cardellino, metafora del connubio tra sacro e profano, bellezza e libertà

“Oi cardillo, a chi aspiette stasera?/ Nun ‘o vvide? Aggio aperta ‘a caiola./ Reginella è vulata, e tu vola/ vola e canta, nun chiagnere ccà!”… Chi non ricorda questi versi della celeberrima “Reginella”, scritta nel 1917 da Libero Bovio e musicata da Lama: “E ‘o cardillo cantava cu ttico: Reginella ‘o vò bene a stu Rre”. 

Il Cardellino è un piccolo uccello della famiglia dei fringillidi, pesa meno di una cartuccia, diffuso su tutto il territorio nazionale e attualmente specie non cacciabile. Tanta grazia, bellezza, eleganza accompagnata da un canto semplicemente meraviglioso. 

Il Cardellino racchiude in sé un simbolismo poeticamente ermetico, e non a caso è raffigurato in diverse opere artistiche. Per il piumaggio facciale rosso vivo, è assurto a simbolo della Passione di Cristo; è del tutto naturale, quindi, che molti autori abbiano raffigurato Gesù con un Cardellino tra le mani. Secondo la leggenda, infatti, un cardellino si ferì nel tentativo di estrarre le spine della corona di Gesù, rimanendo macchiato in eterno del sangue salvifico.

Tantissime le raffigurazioni pittoriche con il tema della Madonna e il Bambinello che stringe un cardellino; la più nota è senza dubbio dovuta a Raffaello Sanzio e alla sua “Madonna del cardellino”, olio su tavola del 1506.

Ma non solo Pittura: il Cardellino è ricordato nella musica da Vivaldi con il Concerto per flauto n. 3 in Re maggiore per 2 violini, viola, organo e basso continuo, RV 428 “Il Gardellino”.

Non da meno la letteratura: da Eduardo De Filippo a Totò, a Pisani, tutti gli hanno voluto dedicare versi o pagine. “Me te mangiasse ‘e vase a pezzechillo/ si fosse nu canario o nu cardillo” dice Totò in “Si fosse n’auciello”. Luciano De Crescenzo ha scritto “Zio Cardellino”: bisogna per forza essere matti per sognare la libertà, per sperare di volar via come un cardellino? Questa la domanda che prende il volo dalle sue pagine. Gli fa eco “Il Cardillo addolorato”, di Anna Maria Ortese, con il suo trillo che «distrugge chi lo ama», che «ci avvolge e ci sconvolge come l’immensità che non conosciamo». Con la sua melodia «destinata a rimanere per sempre nella mente di chi ha la ventura di udirla». 

E il cinema? Beh, sono lontani i tempi del film “Pane amore e fantasia” in cui la “Bersagliera”, interpretata da Gina Lollobrigida, regalava all’aitante maresciallo, un baldanzoso Vittorio De Sica, un bel Cardellino! Più recente, invece, è “Il ladro di Cardellini”, commedia del 2019 del regista Carlo Luglio, ambientato nel sottobosco degli uccellatori e trafficanti campani di “Cardilli”, che narra le vicende di una guardia forestale che vive tra alcol e videopoker e che, per pagare i debiti di gioco, vende al mercato clandestino i Cardellini sequestrati, beccandosi un bel licenziamento. Ancora del 2019 è “Il cardellino” (The Goldfinch), film diretto da John Crowley, adattamento dell’omonimo romanzo di Donna Tartt.

Il Cardellino è sì un animale – al quale, come a tutti gli animali, devono essere garantiti rispetto, dignità̀ e libertà –, ma è anche la metafora del connubio tra sacro e profano, bellezza e libertà, arte e natura, realtà e sogno, sofferenza e gioia, e solo chi ha la coscienza anestetizzata può pensare di sparargli. La libertà di vivere liberi, nel proprio ambiente naturale, secondo le proprie esigenze etologiche. Libertà che è il bene più prezioso anche per gli uccelli, tant’ è che Leonardo da Vinci, in una sua favola poco conosciuta, parla di un Cardellino – Calderugio, lo chiama – che avvelena i propri figli ingabbiati per non farli vivere da reclusi: “Prima morte che perdere libertà!”…

Credo che non sia un caso se il pittore olandese Hieronymus Bosch, seguendo una simbologia alchemico–magica, abbia voluto immortalare, proprio lui, il Cardellino, ne “Il Giardino delle delizie”, inno alla vita e alla gioia, oggi esposto al Prado di Madrid. I nostri boschi e i nostri giardini non saranno quelli delle delizie, ma sicuramente l’ambiente idoneo per il Cardellino, che deve continuare a vivere libero senza correre il pericolo di essere catturato con un’infame trappola; proprio come la coscienza di chi la fa scattare.

Ciro Troiano