Il cane “riciclato”

Recentemente la Corte di Cassazione, con sentenza 09533-22 è intervenuta sul reato di riciclaggio, art. 648 bis c.p. Fin qui nulla di nuovo, se non che il tema in discussione riguardava il “riciclaggio di un cane di provenienza illecita”.

Questi i fatti: la Corte di appello di Cagliari confermava la condanna alla pena ritenuta di giustizia pronunciata dal Tribunale di Oristano nei confronti di una persona in relazione al reato di riciclaggio di un cane di provenienza illecita. Secondo la ricostruzione accusatoria, ritenuta veritiera dai giudici di merito, l’imputato al fine di ostacolare l’individuazione della provenienza illegale di un pastore tedesco a pelo lungo, sottratto ad un’altra persona, aveva tolto all’animale il suo microchip sostituendolo con un altro corrispondente ad un pastore tedesco a pelo corto, già di proprietà dell’imputato.

Avverso la sentenza di conferma della condanna della Corte di Appello l’imputato, attraverso i suoi avvocati, ha proposto due ricorsi alla Suprema Corte, adducendo in tutto cinque motivi; qui ci soffermeremo solo su quello relativo al reato di riciclaggio, poiché sicuramente innovativo nella sua applicazione a un caso di questo tipo.

In pratica l’imputato ha lamentato che i giudici di merito, nel configurare il reato di riciclaggio, non avevano preso in considerazione il disposto di cui all’art. 925 c.c., non chiarendo in modo preciso quando il cane era stato smarrito e quando era stato rivendicato dall’avente diritto, né se la relativa richiesta era stata effettuata nei termini di cui all’ art. 925 c.c. che stabilisce che gli animali mansuefatti appartengono a chi se ne è impossessato se non sono reclamati entro venti giorni da quando il proprietario ha avuto conoscenza del luogo dove si trovano. Contestazione che la Cassazione ha rigettato affermando che «non può non considerarsi che gli animali “mansuefatti” cui fa riferimento la norma codicistica sono quelli che hanno acquisito una consuetudo revertendi mentre sono esclusi da tale fattispecie gli animali domestici (fra i quali rientra certamente il cane), la cui proprietà non può acquistarsi per occupazione».

Orbene, in ordine alla configurabilità del reato di riciclaggio, la Corte sostiene che il delitto «è integrato non soltanto dalle condotte tipiche di sostituzione o trasformazione del bene di origine illecita ma, altresì, secondo la testuale dizione contenuta nella norma, “da ogni altra operazione diretta ad ostacolare l’identificazione” dell’origine delittuosa del bene».

Nell’interpretare l’art. 648 bis c.p. la Corte di Cassazione ha già avuto modo di precisare che tale disposizione «pur configurando un reato a forma libera, richiede che le attività poste in essere sul denaro, bene od utilità di provenienza delittuosa siano specificamente dirette alla sua trasformazione parziale o totale, ovvero siano dirette ad ostacolare l’accertamento sull’origine delittuosa della res, anche senza incidere direttamente, mediante alterazione dei dati esteriori, sulla cosa in quanto tale».

Per i giudici di legittimità, quindi, è stato riconosciuto correttamente a carico del ricorrente il delitto di riciclaggio, dopo che i giudici di merito hanno «debitamente ricostruito le modalità di sostituzione da parte del medesimo del microchip – che è indubbiamente elemento identificativo dell’animale e del suo proprietario – al fine di non rendere individuabile la provenienza delittuosa dell’animale».

In base a questa sentenza si possono intravedere nuovi campi di applicazione del reato di riciclaggio anche ad altre fattispecie relative agli animali, come la contraffazione degli anellini di riconoscimento degli uccelli da richiamo vivi, molto diffusa in alcuni ambiti venatori che, secondo acclarata giurisprudenza, configura il reato di “contraffazione di strumenti destinati alla pubblica autenticazione”, ma nulla vieterebbe, alla luce di quanto sostenuto nella sentenza in esame, il concorso con il delitto di riciclaggio.

Ciro Troiano