23 maggio 1992 – Strage annunciata

«Adesso basta! Potete andare via! La commemorazione è finita, la giornata s’è conclusa e non serve che voi state ancora qui ad affannarvi per implorare al mondo la vostra memoria. Ci rivedremo fra un anno, nello stesso posto, alla stessa ora e probabilmente con le stesse facce disposte ad ascoltarci e a ricordarci per un giorno, come in tutte le celebrazioni. Magari qualcuno tra l’uditorio è disposto anche a non dimenticarci, qualcuno meno smemorato e più attento; ma sapete che siamo morti!… e i morti è facile dimenticarli, mentre la vita continua. Capisco che non vi piace, ma purtroppo è così! Fatevene una ragione».

  Si chiude così la pièce “#Siciliani” (da me scritta in collaborazione con mia moglie) dedicata alle vittime della mafia: fantasmi che disillusi ritornano una volta l’anno per “avvertirci” che le celebrazioni della memoria esibizioniste e sterili, fini a se stesse e senza un reale e attivo impegno civico di ciascuno di noi, piccolo o grande che sia, e soprattutto dello Stato e della Magistratura, non servono a molto. Oggi 23 maggio ci saranno tante commemorazioni della strage di Capaci in cui persero la vita il Giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli Agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tra meno di due mesi si ricorderà quella di Via D’Amelio nella quale persero la vita il Giudice Paolo Borsellino e gli Agenti della scorta Emanuela Loi, prima donna delle scorte ad essere uccisa, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.

  La moglie dell’agente Vito Schifani, durante il funerale di Falcone, della moglie e degli Agenti della scorta, affranta dal dolore pronunciò il seguente sfogo: «Io, Rosaria Costa, vedova dell’Agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… loro non vogliono cambiare… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore…».

  Un elenco troppo lungo e doloroso quello dei Magistrati assassinati: Pietro Scaglione (Palermo, 5 maggio 1971); Alberto Giacomelli (Trapani, 14 settembre 1978); Cesare Terranova (Palermo, 25 settembre 1979); Giangiacomo Ciaccio Montalto (Trapani, 25 gennaio 1983); Rocco Chinnici (Palermo, 29 luglio 1983); Antonino Saetta (Caltanissetta, 25 settembre 1988); Rosario Livatino (Agrigento, 21 settembre 1990); Antonino Scopelliti (Reggio Calabria, 9 agosto 1991). Dopo gli attentati, tra quelli realizzati e quelli falliti, di Roma, Firenze e Milano avvenuti dopo Via D’Amelio tra il 1992 e il 1993, per sollecitare la famigerata trattativa Stato-mafia, tutto tace, per fortuna. Ciò non significa affatto però che la mafia sia stata sconfitta, ma soltanto che Cosa Nostra, per evitare la dura reazione dello Stato, ha adottato da allora e continua ad adottare una strategia di basso profilo. Essa continua a fare affari “in sordina”, senza compiere omicidi eccellenti e senza guerre di mafia al suo interno, per ciò si è guadagnata l’appellativo di “mafia bianca” senza lupara.

  In pochi decenni si è passati da “la mafia non esiste” di vari notabili, uomini di chiesa, di procura e della politica, all’introduzione dell’articolo 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso; il 416 prevedeva soltanto l’associazione a delinquere semplice) introdotto nel codice penale con la L. n. 646 del 13 settembre 1982 (Legge Rognoni-La Torre), al Maxiprocesso. Il disegno di legge del Segretario del Pci, assassinato il 30 aprile 1982, rimase nel cassetto per molto tempo e fu riesumato solo dopo l’assassinio e il conseguente pubblico sdegno dell’allora Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa il 3 settembre dello stesso anno.

  Tutta la legislazione antimafia è caratterizzata dall’urgenza, dall’agire quando non se ne può fare a meno (sdegno e proteste dell’opinione pubblica), dall’intervento del giorno dopo; non è mai preventiva e appare come un tentativo di rimediare ogni volta ad un caso eclatante. 416 bis, poi ter (scambio politico elettorale), quater (pena accessoria della decadenza della potestà genitoriale dopo la condanna di associazione mafiosa). Dopo il 416 bis, senza il quale non si sarebbe arrivata a nessuna condanna di mafiosi, un altro elemento è stato fondamentale: il pool antimafia, creato da Rocco Chinnici e, dopo il suo assassinio, ereditato e perfezionato da Antonino Caponnetto. Il pool di Falcone e Borsellino adottò un rivoluzionario metodo di lavoro basato sulla centralizzazione e la specializzazione. Cioè, unificare le indagini di mafia sotto un unico filone, considerata la struttura monolitica di Cosa Nostra, e farle condurre ad un pool che si occupasse solo di mafia, affinché questo sviluppasse quelle capacità necessarie per comprendere e trattare meglio il fenomeno mafioso. Un metodo che permise finalmente di sgretolare il mito dell’invulnerabilità della mafia. Con la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992 infatti, dopo anni di assoluzioni per insufficienza di prove, i Giudici condannarono 346 mafiosi (114 furono le assoluzioni) con 19 ergastoli e 2.265 anni di carcere per omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti, associazione mafiosa e altri reati. Il Maxiprocesso durò dal 10 febbraio 1986 (inizio del processo di primo grado), al 30 gennaio 1992, come già detto sopra.

  Come si sa, il percorso istruttorio del Maxiprocesso non è stato difficile soltanto per la natura monolitica della mafia e per il clima di omertà scardinato per la prima volta dal pentito Tommaso Buscetta, ma anche per gli ostacoli che venivano frapposti al pool antimafia. Sì, è successo anche questo! Ad esempio, quando il CSM per il successore di Caponnetto, poiché questi aveva problemi di salute ed era prossimo alla pensione e doveva ritornare a Firenze dai suoi affetti, vota in maggioranza nel settembre del 1987 per Antonino Meli e non per Giovanni Falcone, adottando il criterio della maggiore anzianità e non quello della competenza. Da quando egli il 19 gennaio 1988 si insedia come capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, è una continua opera di smantellamento del pool vincente. Il pool già aveva avuto successo nel processo di primo grado del Maxiprocesso il 16 dicembre 1987, con condanne e capi di accusa simili a quelle emesse dalla Corte di Cassazione più di quattro anni dopo. Eppure il suo metodo vincente viene lentamente abbandonato, decentralizzando nuovamente le inchieste, perché, sosteneva Meli, la mafia non è una e, sempre secondo lui, lo dimostravano le guerre di mafia (che furono quasi sempre di successione e non di spartizione del territorio, tranne l’episodio della Stidda). Falcone si ritrovò la scrivania piena di faldoni di inchieste ordinarie, sprecando la sua preziosa esperienza in campo mafioso, e a Magistrati non esperti di mafia vennero assegnati faldoni attinenti la mafia nelle sedi di competenza territoriale. Molteplici poi furono i tentativi di delegittimazione dei Magistrati del pool, amplificate dai media nel loro doveroso esercizio di informare. Il 21 giugno del 1989 all’Addaura viene sventato un attentato a Giovanni Falcone: le malelingue sostenevano che si trattava di un finto attentato e che le bombe se le era messe lui stesso per farsi pubblicità. La vicenda poi del “Corvo” alla Procura di Palermo nel 1989, che con lettere anonime accusava Falcone di avere manipolato il pentito Contorno. Il Magistrato Alberto Di Pisa fu accusato e poi assolto di avere inviato le lettere. Falcone, deluso da tutto questo, nel marzo 1991 lascia Palermo per andare a Roma per ricoprire l’incarico di Dirigente degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, propostogli dall’allora Ministro Claudio Martelli. Nel novembre del 1991 grazie a Falcone fu istituita la Direzione Nazionale Antimafia (Dna). Anche stavolta Falcone in commissione prese meno voti dell’altro candidato, Agostino Cordova, per il ruolo di capo della Dna. 

  Bisogna ricordare tutto questo marciume ad ogni commemorazione che si rispetti, e gli organi inquirenti e lo Stato devono prodigarsi per fare chiarezza sulla triste e cruenta stagione delle stragi per rendere veramente onore alle vittime di mafia, illustri e meno illustri. Tutto il resto è soltanto ipocrisia.

Angelo Lo Verme