La guerra e il ruolo di “comparsa” dell’Italia

Una guerra (persa) che non sarebbe dovuta neppure cominciare, che sta diventando nucleare, che si può e si deve arrestare subito, anzi immediatamente. Ma che nessuno in Occidente sembra veramente intenzionato a voler fermare, nonostante le minacce ormai sempre più chiare di chi poi le fa le cose che dice, e che, se inascoltato, andrà sicuramente avanti dritto per la sua strada, costi quel che costi. Persino a rischio di un “muoia Sansone con tutti i Filistei”.  Questo il punto sul neppur più di tanto mascherato conflitto mondiale in atto, dalla narrazione a dir poco controversa, e che vede dall’altro lato (USA e Inghilterra in testa) un «blocco filo atlantista di democrazia da esportazione» e «guerrafondaio col fondo schiena altrui» che in realtà sembra il più motivato e deciso a non volere che questa guerra finisca. Nella medesima scia e sotto la stessa bandiera NATO, purtroppo, anche l’Italia che, da principale ago della bilancia negli equilibri geopolitici internazionali per posizione, sta ora giocando da comparsa ogni sua partita diplomatica all’estero. E, se vogliamo, adesso e praticamente solo sul fronte degli alleati, dopo essere stata liquidata malamente dagli altri interlocutori naturali. Nulla a che vedere col passato neppure tanto lontano, cioè. Eppure sarebbe solo bastato avere un atteggiamento più prudente e meno preconcetto verso la Russia, per fare comunque del nostro Paese il mediatore ideale per un processo di distensione e pace. Quello che non è potuto avvenire per le dichiarazioni e le posizioni troppo filo atlantiste espresse dal nostro Governo che, oltretutto, si andavano a sommare a pregresse scelte politiche non certo in linea, a nostro avviso, con il grave momento che stava maturando.

Impossibile però arrivare a utili conclusioni finali senza prima un’analisi con il sempre valido metodo tucidideo («Conoscere il passato…») e tirando pure in ballo la teoria della complessità applicata alla Politica nazionale (e internazionale) che in poche parole sintetizzerebbe così il momento attuale e le sue cause: “come il battito d’ali di una farfalla a Roma è poi divenuto un uragano in Ucraina e nel Mondo”. Traducendo: Venuto oltretutto meno un conciliatore decisionale come Trump in America, questo il risultato della mancata elezione in Italia dell’unico Presidente, Berlusconi, che avrebbe garantito a Putin – e dal Paese geopoliticamente più importante del Mondo, ossia il nostro – che il già esagerato allargamento della NATO nel Vecchio Continente non avrebbe costituito una minaccia, né immediata né futura, per la sicurezza della sua Nazione. Senza contare che una sua elezione al Colle avrebbe potuto pure avviare, attraverso accordi bilaterali, quel processo in nuce da tempo, verso un’Europa prima inter pares, (come sarebbe in realtà sotto tutti i profili se indipendente) sia pure divisa in due blocchi, occidentale ed orientale. Anzi ancor meglio così: poiché, senza minimamente intaccare valori identitari e religiosi delle due realtà, sarebbe una separazione che garantirebbe, senza neppure cambiare nulla, un’autonomia utile e funzionale ad entrambe, perché basata anche su concreti e forti scambi commerciali e, in più, sinergicamente differenziati e perfettamente integrati a tutte e due le economie per come sono strutturate.  Non solo, l’uno per l’altro alleati tra loro, in caso di una eventuale aggressione, un’Europa divisa ma sempre unita che rappresenterebbe un formidabile deterrente ed un insuperabile argine a qualsivoglia tentativo di espansionismo e conquista, Cina in testa.

Quella divisione tra Europa ed Europa dell’Est che, per quanto ancora imperfetta e solo virtuale, ha comunque garantito la Pace finora. Almeno fino a che verosimilmente qualcuno, con una guerra di propaganda di massa globale e di forza inaudita grazie al quasi monopolio del cyberspazio, non si sarà messo in testa un diverso ordine mondiale e la conquista della Terra attraverso un pensiero universale dagli echi nemmeno vagamente orwelliani. Il Mostro che forse Putin teme ancor più delle frustre armi occidentali (rispetto alle sue) salvo quelle subdole che forse sarebbero la vera ragione, il casus belli nascosto, di questa anticipata “operazione speciale” russa; oppure anche  “l’invasione di Putin” come con semplificazione eccessiva  e accanimento mediatico (perfettamente in linea e funzionale alla “narrazione a senso e pensiero unico” imperante)  viene chiamata e propinata in tutte le salse a chi legge, ascolta o vede i programmi televisivi al di qua degli Urali: un vero e proprio dogma intoccabile, quello dell’invasione, imprescindibile a qualsiasi ragionamento e che subito scomunica e bolla come filo putiniano chiunque pure tenti una diversa interpretazione del termine o dei fatti; la sorte capitata anche a fior di intellettuali esclusi dai principali talk e programmi, salvo quelli che fanno utile share per gli scontri con la pattuglia nutrita dei difensori ad oltranza «della povera Ucraina aggredita dalla superpotenza russa… e a cui l’Occidente deve mandare altre e più moderne armi per difendersi»  come se non si parlasse di un Paese già da anni armato fino ai denti e in guerra con il prepotente vicino. Di certo c’è solo che Putin ha fatto appelli in chiaro all’Occidente sulle sue reali intenzioni – e ben lontane dal propagandato disegno di una sua volontà di ricostruire l’ex impero sovietico o zarista – prima di schierare per giorni decine di chilometri di carri armati ed entrare in Ucraina. Uno sforzo bellico apparentemente senza senso, considerando che poco più di un annetto e la sua copia in piccolo (come mentalità e modalità di gestione del potere) nonché nemico dichiarato Zelensky (dal 73 al 28% nei sondaggi) non sarebbe quasi certamente più stato, quella sorta di “Avatar” di Biden e Johnson – o chi per loro – che avrebbe continuato a guidare l’“occidentale” Ucraina a ridosso della Russia, dopo le elezioni presidenziali lì previste per il 2023.

“Nemo propheta in Patria” chi aveva capito tutto sin dall’inizio e prima di tutti, dai prodromi alle prime e confermate conseguenze reali (Putin, piaccia o non piaccia, sta vincendo su tutti i fronti e tiene lui in mano i destini della Terra) è stato Vittorio Sgarbi, che non a caso si è speso subito per l’elezione di Berlusconi; salvo, però, incassare un attacco immediato per la sua “caccia agli scoiattoli” (libera traduzione animalista e volutamente denigratoria e demolitrice del termine scouting) per la sua ricerca appena iniziata di parlamentari liberi o in ordine sparso per raggiungere il quorum necessario a portare al Quirinale il Cavaliere. Il resto è cronaca comprese le quasi tragicomiche vicende a seguire, con in primis quelle dei franchi tiratori forzisti, quando si è cercato di proporre qualche altra credibile alternativa che potesse magari essere anche un segnale che rassicurasse Putin, in attesa delle elezioni politiche italiane dell’anno prossimo (?). Chi a nostro avviso non ha capito nulla (o forse meglio ha cinicamente ed opportunisticamente fatto finta di non capire) circa la necessità di un Capo di Stato magari utile anche ad evitare che la “provinciale” ed annosa crisi Ucraina sfociasse in guerra, è stata la nostra Politica nazionale. Ed in particolar modo quella che più sostiene l’attuale e caleidoscopico Governo. Ovvero il monolite parlamentare a guida “emergenziale” Draghi – dalla guerra al Covid a quella reale di adesso – che ha unilateralmente reso di fatto cobelligerante il nostro Paese contro la storica “amica Russia”. Oltretutto ponendosi al servizio di una NATO che ora sembra forsennatamente impegnata ad aggregare a sé nuovi Stati e fare nuove alleanze;  il che «a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca» alimenta pure legittimo il dubbio che in realtà stia più cercando di rafforzare se stessa che proteggere gli altri, visto il gap a suo sfavore sulle armi strategiche e nucleari a disposizione della Russia cui, non bastasse, bisognerebbe pure aggiungere quelle dei suoi potenti alleati, nel malaugurato caso di un conflitto globale. Diciamocelo chiaro «la tempesta perfetta» che l’Occidente unito e democratico ha scatenato per scalzare lo “zar” Putin sta cominciando a fare acqua da tutte le parti e promette solo fame, crisi e distruzione nel Mondo intero. E forse comincia ad accorgersene anche il nostro Parlamento, attraverso gli scricchiolii interni e le voci sempre meno convinte di quanto sia pur legittimamente si è decretato. Un Esecutivo comunque in disaccordo con la quasi maggioranza di quel popolo sovrano che non lo ha eletto direttamente, e che già sente i primi morsi della crisi devastante che si sta annunciando oltre alla paura che, essendo l’Italia il primo e più importante bersaglio strategico in caso di conflitto, è pure consapevole che le immagini tragiche che passano in tv saranno ben poca cosa rispetto a ciò che potremmo vivere sulla nostra pelle e nel nostro Paese. Ma, con una democrazia ingessata dalla paura di andare a casa, nessun Italexit proposto nelle Aule, come avvenne per l’euro, né posizioni forti che, rimettendo in discussione i nostri rapporti con alleati e “nemici”, anticipassero le elezioni. Per carità, nessun incitamento alla rivoluzione, piuttosto un invito ad una rivisitazione oggettiva– con appropriata attribuzione di responsabilità – di questo conflitto anche e soprattutto di propaganda tra «il “politically correct”, ossia la morale antiumana funzionale al dominio del capitalismo finanziario» e «un grande e straordinario Mondo “antico”» che gli si contrappone con tutti quei valori inalterabili e spirituali di un’Umanità che, grazie a Dio, esiste, resta ed è il massimo collante tra i popoli. Quanto basta e avanza a poter credere che una soluzione rapida per la Pace, e che possa addirittura portare ad uno status quo ante (bellum) ci sarebbe, e bella e pronta, se nessuno decidesse di interferire: basterebbe semplicemente fare un copia – incolla di quanto fece nel ’90 Andreotti con papa Wojtyla da Bari, “Ponte di Pace tra Oriente ed Occidente” nel nome di S. Nicola. È forse troppo chiedere tutto questo, alla nostra Chiesa e alla nostra Politica, in un momento così grave per la stessa sopravvivenza della Terra?

Enrico Tedeschi