Continua la battaglia contro l’estradizione di Julian Assange negli USA

Venerdì 17 giugno scorso la Ministra britannica per gli Affari Interni Priti Patel ha dato il consenso all’estradizione dell’attivista e giornalista australiano Julian Assange negli Stati Uniti. I suoi legali hanno quattordici giorni di tempo per presentare ricorso all’Alta Corte Britannica per ribaltare una decisione che mina alla base la libertà di stampa. Assange negli USA rischia, infatti, una condanna a 175 anni di carcere con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato per avere pubblicato gli Afghan e Iraq war Logs (Registri della guerra in Afghanistan e in Iraq). I diciassette capi di accusa sono basati sull’Espionage Act, una legge federale degli USA promulgata il 15 giugno del 1917, nata allora con l’intento di punire le spie e non con quello di accertare la verità dei fatti. Quest’ultima è una legge che non consente all’imputato di fare riferimento all’interesse pubblico quale motivazione delle azioni che gli vengono contestate. Normalmente un giornalista davanti al Giudice può discolparsi in nome del diritto dell’opinione pubblica di essere informata su fatti rilevanti che contribuiscono alla valutazione del sistema democratico di cui fanno parte. Con l’Espionage Act non può addure questa sacrosanta motivazione, così viene giudicato e condannato alla stregua di una spia che ha venduto segreti a un Paese straniero e che ha messo quindi in pericolo la sicurezza dello Stato.

  Ora gli avvocati di Assange hanno tre percorsi giuridici da percorrere: la Revisione giudiziaria, l’Appello presso l’Alta Corte Britannica e il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu).  La revisione giudiziaria consente di stabilire se la decisione dell’Alta Corte sia stata presa seguendo la corretta procedura, anche se non può contestarne il merito. Con l’Appello invece si potrà verificare se alcuni aspetti fondamentali sono stati ignorati dalla Giudice Baraitser che per il rinvio dell’estradizione ai tempi si era basata soltanto su quello della salute mentale di Assange. Il primo aspetto è quello di verificare se le ragioni della richiesta degli USA di estradizione siano politiche, e se sì deve essere negata. Un altro è il caso di un testimone che ha dichiarato di avere mentito sui capi di accusa su cui gli USA avevano basato l’atto di incriminazione. Poi c’è la violazione della libertà di espressione di Assange, secondo l’art. 10 della Carta Europea dei Diritti Umani; ancora, l’avere ignorato la consulenza di un analista informatico che aveva dichiarato infondata la tesi secondo cui Assange avrebbe compiuto un’intrusione informatica; l’avere utilizzato l’Espionage Act contro un giornalista come se fosse una spia. Probabilmente si aggiungeranno anche lo spionaggio del governo inglese nei confronti di un avvocato di Assange, confermato da una sentenza della Cedu, e la volontà della CIA di avvelenare Assange emersa in un processo in Spagna.

  Il gruppo dei legali di Assange prevede che si riparlerà di questo caso in autunno e nel frattempo, se l’Appello dovesse essere accolto, Assange non potrebbe essere trasferito negli USA e si riascolterebbero i testimoni a cui potrebbero esserne aggiunti di nuovi. Se invece non dovesse essere accolto, gli avvocati dovrebbero subito ricorrere alla Cedu che con molta probabilità accoglierebbe il ricorso e ingiungerebbe il divieto di trasferimento di Assange negli USA. Intanto il Presidente australiano Anthony Albanese tenterà anche la via diplomatica per salvare Assange e con lui il diritto all’informazione esercitato da una stampa libera. Egli ha affermato che è troppo quello che sta subendo il suo concittadino e che non vede affatto l’utilità di tenerlo in carcere. Anche le Nazioni Unite constatano da anni l’accanimento degli USA nei confronti di un giornalista che ha rivelato al mondo i metodi poco ortodossi di condurre le sue cosiddette missioni di pace. Con Barack Obama si era interrotto, ma con Trump si è riacceso tanto accanimento. Si spera che Biden ora comprenda l’impopolarità della posizione del suo Paese nei confronti di un giornalista che ha fatto soltanto il suo dovere.

  Giova riportare ancora le parole dell’attivista francese Agnès Callamard dalla segreteria generale di Amnesty International riguardo a tanto accanimento, che afferma che condannare Assange “… avrebbe conseguenze devastanti per la libertà di stampa e per l’opinione pubblica che ha il diritto di sapere che cosa fanno i governi in suo nome”, aggiungendo che “… diffondere notizie di pubblico interesse è una pietra angolare della libertà di stampa. Estradare Assange ed esporlo ad accuse di spionaggio per aver pubblicato informazioni riservate rappresenterebbe un pericoloso precedente e costringerebbe i giornalisti di ogni parte del mondo a guardarsi le spalle”

Angelo Lo Verme