Neurodiritto, il saggio di Sergio Ricchitelli

Il Neurodiritto è il nuovo libro di Sergio Ricchitelli, titolare della cattedra di diritto internazionale penale presso l’università telematica Pegaso di Napol, docente presso la scuola allievi finanzieri della Guardia di Finanza di Bari, un saggio di scienza penale integrata che ha come obiettivo quello di riorientare gli studi criminali per il terzo millennio.

Se fino a ieri il sistema del diritto penale in Italia veniva studiato con l’apporto delle classiche scienze integrative o ausiliarie della criminologia, della medicina legale, del cosiddetto diritto di polizia, oggi il sistema criminale italiano necessita indefettibilmente dell’apporto delle più avanzate discipline scientifiche.

Il saggio rappresenta un contributo fondamentale nell’ambito delle scienze penali integrate, come recita il sottotitolo del suo lavoro, e offre una prospettiva completamente diversa degli studi giuridici per il prosieguo del terzo millennio.

Professore quali sono le origini e la logica del suo lavoro e soprattutto a quali fini tende?

Le origini del mio lavoro si sostanzia in due anni di studio capillare, posso ben dire senza ferma di smentita, intorno alla storia delle idee quale disciplina autonoma da coltivare nel quadro delle discipline scientifiche del novecento e del terzo millennio. Ho approfondito temi quali il valore storico della ricerca scientifica, l’ontologia concettuale e metodica, la filosofia della scienza, la fisica e la matematica nella storia concettuale, la logica nell’ambito di tutte le tematiche che la ineriscono per poi approdare alle scienze cognitive, alla macchina di Turing, alla disciplina degli esperimentali e al loro ruolo nell’ambito della scienza, alla gnoseologia quale disciplina della conoscenza integrale, spingendomi ai confini delle teorie etiche. Se questa è l’origine, ripeto di due anni di studio costante e capillare su questi temi, il fine è quello di offrire un quadro di riferimento concettuale completo e tendenzialmente indissolubile a chiunque si approssimi alla realtà criminale, onde evidenziarne i contorni antropologici che essa riveste e che non possono essere mai sottaciuti. Io ritengo davvero che questo lavoro faccia bene sia agli operatori pratici che al mondo accademico che avvia i giovani allo studio delle dinamiche giuridiche nella loro palpitante realtà.

Mi sento di condividere pienamente il suo pensiero. L’ho letto e per quanto presenti tematiche non semplici è scritto in forme e modi accessibili a tutti indifferentemente. Ma le chiedo la componente cerebrale, encefalica a cui lei dedica ampio spazio è un momento di analisi oggi nel mondo della giustizia italiana?

Guardi è il tema più spinoso. Io sono convinto sia per esperienza professionale, sia per studi condotti, che la dinamica cerebrale encefalica oggi non trovi particolare spazio nell’ambito del sistema giudiziario italiano. La qualcosa, come cerco di dimostrare argomentativamente nel mio lavoro, non riveste certo connotazioni che definirei positive. È ormai da decenni che si è compreso che il cuore vero di tutto, per la comprensione dei fenomeni umani risiede nel cervello. È il cervello che ci dice chi è l’uomo che abbiamo dinnanzi. Le frontiere delle scienze cognitive, delle neuroscienze e, soprattutto ciò su cui io insisto in modo particolare, l’analitico studio dell’amigdala fa ben comprendere che un essere umano è soggetto a impulso emotivo che sono prefigurati nel suo DNA. In buona sostanza processare una persona afflitta da deficit funzionali, in ordine al potenziale sviluppo encefalico che gli appartiene, ha un senso particolarmente scarso relativamente alla propria posturalità esistenziale facendo correre l’elevato rischio di condannare una persona che ancorchè non riconosciuta folle o pazza ha una preordinazione genetica a commettere determinati fatti che la condanna non gli disvelerebbe.    

Se ho ben compreso il suo pensiero professore, il suo è un chiaro invito a rimettere l’uomo, con tutte le sue fragilità e debolezze, al centro della vicenda processuale?

Esattamente. Il mio lavoro, frutto di una lunga esperienza, per così dire sul campo e, soprattutto di una lunga esperienza scientifica mi fa dire a chiare lettere che nell’ambito del processo penale l’uomo deve essere tradotto al centro dello stesso con tutte le sue manchevolezze e i suoi deficit. Ma per fare questo bisogna conoscere le dinamiche scientifiche e le relative discipline che lo ineriscono. Altrimenti si corre il rischio di scadere in un becero populismo che davvero non ci porterebbe da nessuna parte.

Un’ultima notazione professore di questo interessantissimo colloquio, lei dedica spazio, addirittura un autonomo capitolo, alla neurolinguistica. Una disciplina affascinante che intriga l’intero mondo delle scienze umane e scientifiche, ce ne dà una rappresentazione pratica della neurolinguistica nell’ambito delle scienze penali integrate?

Non ho alcuna difficoltà a farlo e glielo faccio con un esempio pratico tratto dall’osservazione del dato reale. Lei ipotizzi un soggetto che non è in grado di esprimere compiutamente il proprio pensiero; un soggetto che ha dei palesi deficit linguistici cagionati da una mancanza di sviluppo neurologico. A questo soggetto, in sede ad esempio di interrogatorio, gli si può far dire quello che si vuole non rispettando affatto la sua entità umana e il suo essere. La conoscenza della disciplina scientifica neurolinguistica consente invece a colui che interloquisce con questo soggetto di comprendere pienamente la valenza delle sue parole e i concetti che con esse vuole esprimere. In buona sostanza la conoscenza di quello che io ho chiamato NEURODIRITTO, e me ne attribuisco senz’altro la paternità della nomenclatura, si sostanzia nel rispetto dell’individuo per il tramite di un’adeguata preparazione scientifica a cui tutti gli operatori pratici del sistema giudiziario – in primis avvocati e magistrati – dovrebbero attenersi. È un problema di lealtà culturale. Una lealtà a cui nessuno, ma dico nessuno, dovrebbe sottrarsi.

Professor Ricchitelli lei è stato chiarissimo, come chiarissimo è il libro che ha scritto. Ci dica solo, oltre che leggerlo previo acquisto dalle librerie o anche telematicamente con la casa editrice che lo ha pubblicato, che ricordiamolo è la Giapeto di Napoli, dove possiamo venire a sentirla giacché lei so che ha incontri programmati di presentazione del suo volume.

Guardi senz’altro è acquistabile online o in libreria atteso l’entusiasmo col quale l’editore Giapeto lo ha pubblicato. Colgo l’occasione per rappresentare che il mio volume è impreziosito, letteralmente impreziosito, da prefazioni e postfazioni di elevatissimo profilo culturale e didattico. Basta leggerle per comprenderne la portata. La qualcosa mi inorgoglisce ulteriormente. Circa i luoghi dove io svolgerò la presentazione del mio volume le posso indicare per ora Polignano al Libro possibile per il giorno 8 luglio e prossimamente nel mese di agosto al tradizionale evento culturale biscegliese Libri nel borgo antico.