Paulownia, albero multiuso e potente antismog

La Paulownia è un genere di pianta della famiglia delle Scrophulariaceae ed è l’albero con la più rapida crescita al mondo e con la maggiore capacità di assorbimento di CO2. Si adatta a qualsiasi terreno, l’importante che sia ben drenato, e a qualsiasi clima, anche siccitoso, e cresce in altezza al ritmo di cinque, sei metri l’anno. Il tronco raggiunge i 26 centimetri di diametro in tre anni e le sue radici sono perfette per assestare le zone a rischio erosione ed essendo pure capaci di assorbire i metalli pesanti, impiantare la Paulownia è l’ideale per bonificare i terreni contaminati. Un ettaro di terreno piantumato con 600 alberi di Paulownia (con un sesto di mt 4 x 4, per produrre soprattutto biomassa, per produrre legno pregiato occorre un sesto più largo) assorbe dieci volte più biossido di carbonio (CO2) di qualsiasi altro albero. Un ettaro in un anno è capace di assorbire 1.200 tonnellate di CO2, equivalente all’emissione rilasciata da un’automobile in 100mila Km.

  Il tronco viene utilizzato come legname molto pregiato per mobili, imbarcazioni, strumenti musicali, tavole da surf, imballaggi, ecc., ed è leggero e resistente, tant’è che viene chiamato anche legno-alluminio. Le foglie, con diametro di circa 70 cm e una vegetazione di circa 5 mt, sono ottime come foraggio in quanto ricche di proteine, fino ad oltre il 20%, e microelementi. I rami e le ramaglie poi vengono triturati e usati come pellet di ottima qualità: esso ha un potere calorifero di 5.000 chilocalorie per ogni Kg. Il nettare dei fiori color lavanda inoltre è molto apprezzato dalle api, capaci di produrre 5 quintali di miele per ettaro.

  Dunque l’albero della Principessa (così chiamato in omaggio ad Anna Paulowna Romanova, 1795 – 1865, figlia dello zar Paolo I di Russia e regina consorte del re dei Paesi Bassi Guglielmo II), di cui esistono 12 specie, è una pianta multifunzionale da cui un’azienda agricola può ricavare un certo reddito ma che può andare a modificare un habitat se impiantata senza un criterio basato sulla conservazione delle specie autoctone del luogo e all’evitamento della trasformazione eccessiva delle colture. Inoltre la Paulowna fornisce crediti di carbonio, ma bisogna stare molto attenti quando si parla di compensazione delle emissioni inquinanti, giacché in Europa c’è stata poca trasparenza da parte di chi inquina e i furbi sono sempre in agguato. La più resistente della Paulowna è la Tomentosa, mentre quella che cresce più velocemente e la Elongata.

  Insomma, le aziende agricole, valutando bene, magari diversificando le colture, potrebbero dare un buon contributo all’abbattimento delle emissioni di CO2 guadagnandoci economicamente. Nei demani invece, specie laddove è necessario rimboschire per assestare i terreni a rischio frane, e oggi è quando mai necessario notando quanti incendi hanno distrutto e continuano a distruggere migliaia di ettari di boschi in Italia, in Europa e nel mondo, piantumare con la Paulowna potrebbe essere un validissimo contributo per attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici dovuti all’effetto serra provocato dalle eccessive emissioni antropiche di CO2. Basterebbe volerlo.

Angelo Lo Verme