Arte agli ignoranti

C’è una terra vicina vicina, tanto da starci dentro, dove le persone picchiano i polipi sulla pietra e vivono in coni di pietra grigia. Avevano spiegato agli abitanti che erano pescatori e contadini, che la loro terra era bella e il loro mare cristallino, ma niente di più. Buoni per le vacanze e per le mozzarelle e stare chini a raccogliere distese di pomodori, arrotolare salsicce in tondo come zampironi, ma niente di più.

“Cultura contadina” la chiamavano e riempivano stanze di utensili desueti per cristallizzare la povertà della cultura d’origine. Intanto svuotavano teatri, depredavano musei, diroccavano chiese e masserie – non era gente quella che sapesse che farne e dovevano occuparsene altri, gli esperti – restaurando magari, ma abbandonando. Tanto loro, i contadini e i figli dei contadini, che ne potevano sapere di un teatro. Sagre potevano fare – della zampina, del pomodoro appeso, della mozzarella. Solo del cibo potevano vantarsi – non gli avevano lasciato altro.

E se qualcuno avesse voluto altro? Musei e letture, musiche e pensieri, riflessioni e teatri, concerti e poesia – doveva andare altrove, emigrante a fabbricarne o turista a goderne.

Far pensare ad un popolo di non essere capace è come depredarlo, ma dentro la testa, inaridirgli lo spirito. Fargli ripetere ogni giorno “Qui il mare è bello, ma non c’è nulla da fare – qui nella terra dei trulli non c’è niente…” è saccheggiarlo di potere e di futuro.

L’ignoranza ha almeno un pregio: è cocciuta e non sta a sentire nessuno.

Così quest’estate i contadini e i figli dei contadini si sono organizzati, hanno smesso di fare sagre e hanno iniziato a fare festival. C’era da mangiare, perché è comune cortesia, ma non si festeggiava più il cibo come massima espressione del loro estro. Hanno allineato sedie sui sagrati delle chiese, nei cortili dei castelli, hanno costruito palchi in riva al mare e nelle piazze, hanno installato proiettori e casse e hanno sparso la voce.

E per tutta l’estate pianoforti hanno suonato sulle spiagge musiche classiche e maratone di dita, i cieli si sono accesi di lampi e fragori in gare di fuochi d’artificio, organi del ‘700 sono stati spolverati a lume di candela, canti a cappella hanno sussurrato cercando le armonie delle periferie, un’orchestra blasonata si è mossa per le piazza e i parchi per andare dall’uditorio invece di aspettare che lui venisse da lei, hanno proiettato disegni e luci su tetti e facciate, come tele di dipinti effimeri, danze inedite hanno arpeggiato sulle esibizioni di bande di paese, conferenze di letteratura si sono tenute sulle mura delle città, si sono sfogliati libri negli angoli dei borghi sotto lampioni dorati, hanno proiettato cortometraggi animati e cinema d’essay, letto Pasolini, cantato Rino Gaetano, omaggiato Nino Rota, osservato il cielo con telescopi, tessuto al tombolo all’ombra delle abbazie.

E tanto è stato il fermento che da fuori venivano ad esibirsi per quei contadini, dalle terre più ricche di soldi, potere e – forse – cultura. Non che servisse: è venuto fuori che sotto le coltri dell’appioppata ignoranza, i contadinotti e i loro figli coltivavano le arti alte, si esercitavano, sentivano, esprimevano, creavano. Erano artisti in attesa dell’occasione di esprimersi. Erano eccellenti pur avendo imparato dai – presunti – mediocri. Avevano talento anche se le loro ambizioni erano state soffocate da un cuscino di supponenza.

E se pure questo non fa meraviglia – che il talento del singolo possa nascere ed essere coltivato in ogni dove – che faccia scalpore che nessuna platea è rimasta vuota – che le sedie erano gremite, le persone in piedi sui bordi degli uditori, in religioso silenzio, tesi a guardare sulle punte dei piedi, a spellarsi i palmi per dare a quegli artisti il sostegno dello scroscio di applausi.

Li avevano abituati all’arte con la mano tesa e il cappello in mano, che chiede permesso per esprimersi, elemosina ai potenti per dire la loro, dimenticando la propria. Gli avevano lasciato le nicchie e convinti che nessuno sarebbe venuto a sentirli, a sostenerli.

Si erano sbagliati: avete un pubblico adesso, non dovete più chiedere niente a nessuno – non vi fermate, andate avanti.

Germana Trione