L’arte nel caos

Se guardiamo la recente storia della evoluzione della sensibilità artistica scopriamo tendenze interessanti.

All’inizio del ‘900 nel giro di una manciata di decenni il mondo ha assistito alla invenzione dell’automobile mentre un ragazzo emiliano mandava messaggi senza utilizzare fili, un altro faceva volare un oggetto pesante,  nel contempo si teorizzava che il tempo e lo spazio potessero essere “relativi”; si superava l’idea di fare le case con pietre, architravi e cupole per utilizzare il cemento armato… decine di altre tecnologie hanno spinto gli spiriti più sensibili a fondare interi movimenti artistici -come il futurismo- proiettati al futuro influenzando ogni aspetto della creatività umana, dall’architettura alla pittura, dalla musica alla gastronomia… il futuro sarebbe stato dinamico e non più statico, ardito e non più prudente, ricco e non più miserabile.

L’arte così ha preconizzato il futuro, ne ha sentito l’odore e lo ha interpretato come sa fare magistralmente, esaltandolo ed esaltandosi. Come è nella sua natura fare.

Il futuro di quell’epoca però non impiegò bene queste tecnologie, anzi le utilizzò per fare due guerre mondiali, più altre “minori”, e comunque di molto più terribili di ogni altra precedente; più terribili semplicemente perché molto più efficienti erano i mezzi utilizzati.

Così ad Hiroshima lo stesso mondo che mezzo secolo prima non aveva dubbi sulla bontà delle tecnologie sempre e comunque, ha cominciato a chiedersi se non tutte le tecnologie fossero buone. I potenti non hanno mai avuto dubbi e hanno continuato a spendere cifre favolose per continuare a perfezionare conoscenze e tecniche; ma la gente comune ha cominciato ad avvertire paura per la loro utilizzazione. Così l’energia atomica, ancorchè utilizzata per scopi civili, non riscontra il totale consenso degli stessi consumatori, né la plastica viene considerata diversamente da ogni rifiuto da cui separarsi appena possibile e ormai ogni oggetto frutto della tecnica, una volta inutilizzabile, viene trattato come “rifiuto speciale” per potersene disfare, financo il mare e l’aria si ritengono troppo pieni di sostanze artificiali che li “inquinano”. Certo molte persone comuni continuano a distinguere l’uso “buono” anche se futile da quello “cattivo” dato dai perversi e si continua così ad animare una idolatria della tecnologia -purchè usata bene- confusa con il progresso e quindi buona sempre e comunque.

L’arte che aveva riposto nelle tecniche tanta speranza e tutta la propria creatività in questa diatriba da che parte sta? Essa ha abbandonato da decenni l’ispirazione modernista e futurista ma non ha deciso da che parte andare; ed è certo che la tecnologia non è nelle sue corde; neanche un po’.

Circostanza che la dice lunga su quello che nel futuro non ci sarà, cioè la tecnologia, ma non dice come sostituirla e quindi le correnti artistiche odierne sono varie, confuse e in conflitto tra loro; anzi, per gli artisti di oggigiorno è meglio mettersi al soldo dei potentati odierni che sollecitare le proprie sensibilità per interpretare un sentimento diffuso del futuro. Creare pubblicità, per esempio. è certo molto più remunerativo, semplice e appagante per il fruitore che immaginare un futuro coinvolgente che abbia qualcosa che già non abbiamo. Qualcuno toglie la tela dalle cornici o le sfonda per dire che non c’è più nulla e così getta la spugna.

Come la cultura e l’arte anche la politica è conseguentemente priva di bussole, così anche le masse popolari rimangono prive di senso: la accumulazione di ricchezze anche modeste (quando c’è) è fine a se stessa e il lavoro serve solo a riempire le giornate in attesa dello stipendio. Senza un senso. La famiglia non c’è più come anche la società: un enorme numero di individualità li ha sostituiti lasciando ognuno alle prese con se stesso ma senza obiettivi, né risposte. 

Quindi non abbiamo più artisti? Non c’è alcun bisogno di dimostrarlo visto che ormai ci si chiede sempre più insistentemente cosa sia arte e cosa no; sembra mancare il valore condiviso che attribuisca ad un’opera la qualifica di artistica.

Questo vuoto lascia aperta la porta al culto della morte: l’eutanasia come la fine della pietà per tutto quello che è inutile -come anche per gli anziani- la dice lunga di come stiamo combinati. Diviene credibile anche un certo complottismo che crede possano esistere persone che diffondono virus allo scopo di depopolare il pianeta.

Certo è che questo caos è il frutto prevedibile della società del benessere che non avendo più “il bisogno” come stella polare in grado di guidare le scelte di tutti e di ognuno, hanno bisogno di una idea condivisa che non c’è.

Canio Trione