Ventisette secoli di civiltà

Ventisette secoli fa il secondo Re di Roma fu nominato direttamente dal popolo romano e proclamato dal Senato non prima di un lungo periodo di “riflessione” e si chiamava Numa Pompilio; fu il vero fondatore di Roma e, tra l’altro, regolò i rapporti tra i vari culti che si praticavano in Roma e nelle città ad essa collegate. Per regolare questi rapporti tra le religioni dell’epoca pensò alla creazione di un coordinamento affidato ad una categoria di sacerdoti saggi chiamata “Pontefici” che esprimevano, al loro interno, un “Pontefice Massimo”. Numa Pompilio, uomo pio e saggio fu il primo Pontefice Massimo (oltre che Re di Roma per 43 anni). Tutto questo è così lontano nel tempo da essere vissuto come leggenda; una leggenda che però ha gli effetti propri di una verità storica comprovata quanto meno per essere arrivata fino a noi nei modi che vediamo.

Da allora infatti i Pontefici furono dei religiosi (fino a Giulio Cesare) e poi laici da Giulio Cesare (che assommò in se poteri religiosi e laici come Numa Pompilio e come l’odierna corona britannica) fino al quarto secolo quando il titolo fu donato, dall’imperatore in carica, all’allora vescovo di Roma che lo conserva ancora.

Ma che significa quel titolo oggi? La stessa cosa di allora e di sempre: è il simbolo e il deposito della latinità, della sua saggezza millenaria, della sua società più collegiale che piramidale, del rispetto delle regole e non dei voleri del potente di turno, della tradizione e non degli interessi o delle mode, della pluralità e non della prevalenza di alcuni su tutti gli altri.

Così oggi il Presidente degli Stati Uniti viene proclamato sul sagrato del loro Senato, come lo fu Numa Pompilio, su una collina che si chiama oggi come allora: Capitol Hill (colle capitolino) proprio per cercare di assomigliare alla massima forma di Istituzione e concezione democratica che la Storia ci abbia consegnato. Per gli Stati Uniti, che sono e vogliono rimanere la massima potenza del globo, quel rito è il simbolo della massima forma di legittimazione democratica.

Il Papa di oggi sa bene tutto questo e sa che il cristianesimo è la sintesi tra la confessionalità e la latinità che fa della nostra cultura la massima espressione sociopolitica possibile. Un errore è stato ridurre la cristianità a mera confessionalità e quindi a culto calato dall’alto degli altari. Errore codificato dai Concordati del XX secolo che hanno confinato la cultura cattolica e latina in uno spazio preciso ed invalicabile; spazio voluto ed individuato proprio per lasciar spazio libero ai laici che, non ispirati dalla cultura latina, hanno dato luogo alle brutture delle guerre mondiali. Quelle brutture hanno dimostrato che la forza della cristianità latina -che è forza meramente religiosa, sociale e culturale- è l’unica che può portare le tribalità di ogni genere nell’alveo della convivenza pacifica.

In tempi di confronto armato ricordare questi temi che sono stati progressivamente dimenticati anche dalla stessa nostra ecclesia, può aiutare in modo decisivo a riscoprire un ruolo che in tempi recenti un altro grande Papa, Giovanni Paolo II, ha saputo assolvere proprio in forza della sua capacità mediatoria e creatività propositiva, degna della cultura e civiltà latina che ha correttamente incarnato.

La contrapposizione spesso armata di interessi divergenti tra stati diversi è una connotazione specifica delle tribalità nordiche e mediorientali che nascono prive di istituzioni collegiali. Anche la Chiesa nella sua lunga storia ha ceduto alla tentazione di fare guerre dimenticando la propria natura e cultura ma adesso se ne pente amaramente. Adesso nessuno stato al mondo non ha una assemblea che vorrebbe corrispondere al modello latino ma il più delle volte quella assemblea è una mera apparenza che serve a santificare le decisioni del capo di turno e quindi nasconde un dispotismo forse peggiore di quello rappresentato dalle monarchie assolute dominanti fino al diciannovesimo secolo.

Al contrario il dialogo realizzato tra i diversi interessi secondo condivise regole formali e sincero rispetto sostanziale è la regola della civiltà cristiano latina che è l’unico modello di convivenza pacifica e duratura possibile.

Servono però anche gli uomini che sappiano tutto ciò e incarnino questa civiltà. La democrazia cristiana italiana come quella tedesca, come la stessa storia di Roma, sono spesso degradate nella corruzione e nella ignoranza fino a disconoscere questa dimensione costitutiva della nostra civiltà.

In così tanto tempo non potevano non accadere molte cose spiacevoli ma non c’è da perdersi d’animo: prima o poi se pace dovrà essere, potrà esserlo solo secondo il sincero dialogo costruttivo.

L’alternativa è lo scontro e cioè l’inciviltà.

Canio Trione