La gara della confusione

Il partito della confusione è certamente quello che, se unito, vincerebbe ogni competizione elettorale.

1) Il più confuso, è stato certamente, ma a danno suo e del Partito Democratico, Enrico Letta che, da segretario e guida politica del partito, non ne ha azzeccata veramente una. Ogni sua frase colpiva lui e la sua forza politica come un boomerang. Rimandarlo a Parigi, per approfondire i suoi studi, è stata, per i compagni, una necessità (non so neppure se dolorosa).
2) Il caos ha regnato sovrano, però, anche nella coalizione di centro-destra, dove la Meloni ha voluto controbilanciare il suo inedito atlantismo ed incondizionato europeismo con l’inserimento nel simbolo della fiamma tricolore del MSI per testimoniare la sua origine fascista. Ovviamente la formula risalente a Michelini e ad Almirante è sembrata (a chi non aveva il prosciutto sugli occhi) poco “vicina” alla NATO e ai due viceré di Bruxelles.
3) Berlusconi, dopo essersi schierato con Meloni e Salvini, ribadiva (ed è interssante capirne la ragione, in prosieguo di tempo) di appartenere al Parito Popolare Europeo che insieme ai socialdemocrati e ai Verdi rappresenta, nel vecchio Continente, l’esatta antitesi di ogni politica di innovazione e di cambiamento dei rapporti all’interno della NATO e dell’Unione Europea.
4) Salvini ha rappresentato, con egregia interpretazione scenica, il personaggio del classico “pesce in barile”; si può solo intuire che, facendosi ritrarre davanti a immagini sacre di santi e di madonne intendeva far passare la sua politica anti-immigratoria come una sorta di “crociata” (all’inverso) dei cattolici senza macchia e senza paura, antiabortisti, omofobi, sessuofobi ad oltranza contro i mussulmani che sbarcavano sulle nostre coste.
5) Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno rappresentato della confusione il vero emblema, raggiungendo il top delle contraddizioni possibili. Non si sa chi dei due ha votato in favore di Ignazio La Russa per sopperire alla mancanza dei voti berlusconiani. Sta di fatto, però, che ciscuno di essi ha aggiunto ulteriori confuse dichiarazioni che più che pubbliche dovrebbero ritenersi criptiche, come veri “pizzini”. Carlo Calenda ha detto: “non saremo nella maggioranza se cdx rompe (?). Poi Renzi non lo so. Bisogna chiederlo a lui”. Matteo Renzi, dal suo canto, ha aggiunto, in buona sostanza, che mai darebbe i suoi voti per sostenere l’Esecutivo della Meloni, perché il suo obiettivo resta una riedizione del governo Draghi. Non precisa come questo suo intendimento potrebbe realizzarsi, dati gli attuali rapporti parlamentari di forza. La risposta è ipotizzabile solo per deduzione.

Conclusione: ferme restando le posizioni velleitarie (e pur personalmente comprensibili) della Meloni che vuole diventare a ogni costo la prima Presidente del Consiglio donna della Repubblica Italiana, quelle inconcludenti di Salvini e di Letta, entrambi dispersi nei loro ripetuti e continui errori tattici e strategici, l’ago della bilancia della confusa situazione italiana rischia di diventare il trio: Berlusconi, Renzi e Calenda.
E’ da questo trio che – non di certo nell’immediato – potranno venire sorprese.

Luigi Mazzella