In cerca di un futuro liberale

Pochi giorni fa si è celebrato il centenario della fondazione, a Bologna, del PLI (Partito Liberale Italiano) per iniziativa di Emilio Borzino.

100 anni di vita, fra alterne vicende. Il Partito, messo fuori legge dal fascismo nel 1925 per averne preso le distanze (II Congresso di Livorno), fu ricostituito, nell’estate del 1943, per iniziativa di Benedetto Croce e Luigi Einaudi. Inizialmente caratterizzato dal liberalesimo riformatore di Benedetto Croce, subì, nel tempo, cambi di indirizzo politico e diaspore come quella che vide, nel 1955, la partenogenesi del Partito Radicale.

Il peso elettorale del PLI è stato sempre di poco conto, pur essendo riuscito ad acquisire un prestigio intellettuale di notevole spessore, tanto da poter esprimere i primi due Presidenti della Repubblica: Enrico De Nicola e Luigi Einaudi.

Oggi, si osserva una miriade di gruppuscoli sedicenti “liberali”, sparsi in tutta Italia senza un tessuto connettivo che non sia l’attributo “liberale” spesso abusato, ma anche spesso travisato. Cosa veramente strana questo fiorire di cespugli liberali; come è strano il fatto che, nonostante il PLI sia assente dalle istituzioni da tempo immemorabile e sia stato dimenticato dalla opinione pubblica come Partito, l’aggettivo “liberale” è usato da tutte le formazioni politiche tradizionali a garanzia di una non meglio identificata e precisata “visione politica” a sostegno della competitività del loro posizionamento. Questo è un primo concreto problema del Liberalesimo italiano: un gran minestrone, una gran confusione, nella quale è difficile districarsi.

Ma, al di là dei gruppuscoli, i festeggiamenti del centenario hanno proiettato sulla scena due PLI in lotta legale: quello di Francesco Pasquali che ha detronizzato Stefano de Luca e quello di Stefano de Luca che non si dà per vinto.

Due PLI, due presidenti. Vedremo chi la spunterà in tribunale. Ma due PLI, in verità, non s’erano mai visti nei 100 anni di vita del Partito.

Il primo, quello di Francesco Pasquali, ha celebrato il centenario l’8 ottobre nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano della Camera di Commercio di Roma; il secondo, ha celebrato il centenario, in contemporanea con il 32° Congresso Nazionale, il 7/8/9 ottobre, nella Sala Verde dell’Istituto Nazareth di Via Cola di Rienzo in Roma concludendo l’iter congressuale presso la Fondazione Einaudi in via della Conciliazione, a Roma, alla presenza di Carlo Scognamiglio, Presidente onorario del PLI e Lorenzo Infantino, Presidente onorario della Fondazione Einaudi.

Nonostante il ricco arcipelago di gruppuscoli e la presenza di due PLI, il posizionamento politico dei Liberali, quello che l’opinione pubblica dovrebbe conoscere, appare molto nebbioso, se non quasi del tutto inesistente. Sembra che siano rimasti solo i sostantivi e gli aggettivi senza più un reale significato di concretezza. Basti osservare quante siano numerose le aggettivazioni al lemma “Liberale”, quali ad esempio “conservatore”, “progressista”, “democratico”, “classico”, di Destra e così via. Tutto ciò non è forse indice di confusione soprattutto in un’era fortemente caratterizzata dalla comunicazione ed dal marketing sociale, veicolato da accattivanti slogan?

Ma è anche un chiaro indice di un gran caos intellettuale.

Non c’è dubbio, infatti, che un Liberale “conservatore” sia cosa ben diversa da un Liberale “democratico”: addirittura visioni politiche inconciliabili.

Che senso ha, dunque, aggiungere un aggettivo al lemma “Liberale”?

L’aggettivo crea una animale diverso dall’originale: diverso, e non più Liberale.

A questo si aggiunga che i Liberali sono accreditati d’essere abitanti della “torre d’avorio” del pensiero politico, di essere affetti da una sorta di complesso di superiorità intellettuale che, di per sé, rifiuta l’etichetta di “Partito di massa”.

Ma, poi, in contraddizione, si presentano alle elezioni.

Ma allora, cosa è il Liberalesimo? Cosa è un Liberale?

Lo diciamo con le parole di Antonio Martino, maestro di liberalesimo: “Sono favorevole a qualsiasi provvedimento che accresca le libertà personali; quindi, sono reazionario… conservatore…  rivoluzionario … progressista …, sempre, perché senza libertà non c’è progresso. Sembrerebbe che io sia un animale pieno di contraddizioni. No, sono un Liberale!”

In poche parole, un manifesto politico!

Un Liberale è capace di contestualizzare; la sua attitudine è l’ecclettismo accompagnato dalla visione strategica. Il Liberale si individua non nelle dichiarazioni ma nei comportamenti e nelle attività della quotidianità.

Il Liberalesimo è un costume, non una scelta.

Ma il tema, oggi, è: esiste un liberalesimo individuabile nel panorama politico italiano? Sembra proprio di no: sia perché “liberale” è usato al pari di uno slogan; sia perché non è nota o, meglio, non esiste una chiara e intellegibile proposta politica liberale, un Disegno prospettico per il Paese, che induca un programma di iniziative legislative.

Come mai questo immobilismo intellettuale nonostante il frenetico moto browniano dei simpatizzanti? Quale la spiegazione? Ebbene, acuendo la confusione, sembra che manchi, nella opinione di tanti liberali, un leader che abbia il coraggio di “rischiare” nel rilancio del liberalesimo italiano.

Bruttissima frase, pessimo concetto, che peggiore non si può.

Ma allora i Liberali sono in cerca di un leader, non di un Disegno Strategico per il Paese! Brutta storia, per il liberalesimo!

Si capiscono così gli articoli di Alessandro De Nicola su La Repubblica del 1° ottobre 2022 e di Giuseppe Benedetto su Il Tempo del 3 ottobre 2022.

Il primo, “Il futuro dei liberali”, comincia con il “fare pulizia” sul concetto di Liberale: e chiarisce subito che esiste solo la “Liberal Democrazia” che “mette in testa ai suoi valori la libertà politica economica e civile”.

Dopo aver così sezionato il Liberalesimo, mettendone fuori legge una gran parte, il De Nicola continua: “Nel Vecchio Continente questo si declina in europeismo, atlantismo, concorrenza, merito, garantismo, equilibrio e separazione dei poteri, intervento statale contenuto, … pluralismo e democrazia”.

Ben dieci attributi del Liberalesimo, tuttavia ben poca cosa.

Se non che, percorrendo una logica strana, De Nicola approda direttamente a Macron e al duetto Calenda/Renzi.

Al di là del fatto che “europeismo e atlantismo” sono figli di trattati e convenzioni e c’entrano come il cavolo a merenda in una definizione di Liberalismo, i rimanenti otto attributi, di rilevanza sociopolitica, sono adottati, in verità, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, da tutti i partiti tradizionali italiani, nessuno escluso.

Allora come è possibile accreditarli solo al duetto Calenda/Renzi?

Come è possibile sostenere che chi è “atlantista ed europeista” è già mezzo liberale?

Il caos si fa sempre più fitto: emerge solo l’evanescenza dell’interpretazione del Liberalesimo e uno strano innamoramento del Terzo Polo.

Ma non vi sembra che questa coppia di politici nostrani, pur dichiarandosi “Centristi” e “Liberali”, hanno lo sguardo rivolto al PD al quale, a parole, rivolgono un aut aut, intimidatorio presuntuoso e da ultimatum: “con i riformisti o con i populisti” ?

Come mai il citato duetto si permette questa opa come se il PD non avesse una propria definita identità ed un proprio chiarissimo posizionamento che si può stigmatizzare così: il PD non è il Partito dell’operaio e del proletariato, non più; è il partito della élite, del potere, della finanza.

Allora è chiaro il perché: che ci va a fare il Terzo Polo al Centro dove ci sono solo peones; vanno al PD (non a Sinistra!) perché lì c’è il possesso dei gangli vitali del Paese. 

Purtroppo, ad Alessandro De Nicola sfuggono un paio di fondamenti liberali:

  • Il Liberalesimo è un “Movimento di pensiero e di azione politica che riconosce all’individuo un valore autonomo e tende a limitare l’azione statale in base a una costante distinzione di pubblico e di privato” (Treccani).

Cioè, è necessario introdurre la triade Identità, Libertà, Centralità dell’Individuo.

  • il Liberalesimo non è di Destra, non è di Sinistra, non può dunque essere di Centro. Il Liberalesimo è “fuori”, è sghembo rispetto a questi concetti ormai obsoleti, è una via innovativa e rivoluzionaria. E qui ritroviamo De Martino.

Su questa linea è, invece, l’articolo di Giuseppe Benedetto (“Al Terzo Polo serve un progetto politico”) che ammonisce il Terzo Polo a non fossilizzarsi sulla “Liberaldemocrazia”; sollecita il duo Calenda/Renzi ad evitare la trappola di divenire appendice del PD; spinge perché il Terzo Polo imprima “l’impronta veramente liberale all’esperienza calendiana”.

Ma Giuseppe Benedetto spreca il fiato: i due non sono le persone giuste né gli auspicati leader. Affidare loro il “mandato” di un percorso liberale è puro masochismo. Basti osservare che Calenda è a favore del sostegno alle grandi imprese, in odore di monopolio, a discapito del tessuto produttivo tipico dell’economia reale d’Italia: le PMI.

Ma allora?

Di fronte a tanta confusione, alla evanescenza dei concetti liberali, alla inesistenza di una intellegibile proposta liberale, alla mancanza di un leader che impegni per un rilancio del liberalesimo italiano che abbia una propria identità e non sia la ruota di scorta dei Liberali europei, che si fa?

Intanto, un Liberale non ha bisogno di un leader perché soffre nel fare il servitore di qualcuno; non tollera il culto della personalità; non è nelle sue corde l’esercizio di trame e compromessi.

Il Liberale ha, invece, bisogno di idee innovative, rivoluzionarie, proiettate verso il futuro perché il Liberalismo di oggi non è, né potrebbe essere, quello ottocentesco ma deve avere il sapore del terzo millennio.

La Fondazione Luigi Einaudi è riconosciuta essere il tabernacolo del liberalesimo italiano. Sa, di disporre di un parterre di simpatizzanti molto preparati e competenti.

La Fondazione deve proporsi come “catalizzatore” di integrazione e sinergia del vasto arcipelago liberale, senza partecipare alla reazione chimica; deve proporsi come “fertilizzante”, ove necessario, delle iniziative politiche; deve monitorare che la gestazione si incanali lungo l’alveo del liberalesimo.

Infatti, certamente’ emergeranno attitudini, competenze, personalità pronte a costruire un Disegno Prospettico per il Paese dove verdeggia il senso liberale di una visione strategica. Serve la Politica chiara e trasparente – non tatticismi, trucchi e furbizie – in una società complessa, ineludibilmente globalizzata, dalle dinamiche sociali accelerate.

Non è forse questo che vuole la gente, soprattutto l’area dell’astensionismo?  

Benvenute le battaglie mirate e di bandiera ma sempre innestate su di un Disegno prospettico, a guisa di plastico funzionale d’architetto, descrittivo di un futuro assetto.

Abbiamo bisogno di un Partito Liberale, che si chiami anche Renew Italia che, però, possa esprimere una propria identità e una propria visione realmente Liberale e mediterranea.

Angelo Caniglia – Segretario Nazionale de “La Casa dei Liberali”

Antonio Vox Presidente “Sistema Paese” – Economia Reale & Società Civile