La pericolosa e violenta mafia foggiana

L’ultima Relazione della Direzione investigativa antimafia dedica un ampio capitolo alla criminalità organizzata pugliese. Le cosiddette mafie pugliesi, pur essendo caratterizzate da plurimi e differenti gruppi criminali, hanno consolidato ancora di più quel comune tratto identitario legato allo sviluppo di modelli organizzativi nei quali coesistono profili legati alla tradizione delle mafie storiche con elaborazioni delinquenziali autoctone pragmatiche e utilitaristiche per le quali “l’accordo mafioso” è solo un mezzo per il fine dell’agire criminale.

«Nella regione il contesto mafioso, in continua evoluzione e tradizionalmente distinto in mafia foggiana, camorra barese e sacra corona unita, ha saputo sviluppare una politica di consolidamen­to e di espansione caratterizzata da una penetrante e pervasiva capacità di controllo militare del territorio e da una spiccata vocazione relazionale finalizzata all’attuazione di un più evo­luto modello di mafia degli affari», si legge nella Relazione.

La mafia foggiana, particolarmente violenta e pervasiva, viene oggi definita da diverse ed autorevoli fonti istituzionali quale l’espressione più pericolosa delle mafie pugliesi.

Si tratta di una mafia molto strutturata e compatta capace di fare rete e di creare interconnessioni oltre che con le mafie storiche, campane e calabresi anche con quelle trans adriatiche. A questo occorre aggiungere la disponibilità di un ampio bacino di criminalità comune, perlopiù composto da giovani leve, la pratica spregiudicata della violenza e la pronta disponibilità di ingenti quantitativi di armi ed esplosivi, punti di forza di questi gruppi criminali. I clandel­la provincia di Foggia hanno saputo coniugare tradizione e modernità e manifestano una vivace propensione affaristica, nonché una capacità di interagire nel territorio grigio della cosiddetta “borghesia mafiosa” «in cui convergono gli interessi della criminalità e di alcuni esponenti infedeli dell’im­prenditoria e della pubblica amministrazione. Ne sono riprova – continua la Relazione – lo scioglimento del Comune di Foggia del 5 agosto 2021 e le indagini sfociate nell’operazione “Omnia nostra” che hanno svelato gli assetti e le strategie operative della criminalità organizzata garganica in particolare della consorteria dei Romito-Lombardi-Ricucci lasciando individuare in chiave evoluti­va una probabile ascesa del clan dei Montanari proiettato nel novero delle organizzazioni più potenti su scala nazionale».

Le formazioni mafiose operanti nel territorio di Foggia e provincia, riproducendo i canoni d’impostazione strutturale della ‘ndrangheta, sono capaci di stabilire interconnessioni interne attraverso l’adozione di modelli tendenzialmente federali, cogliendo e sfruttando le nuove ed innovative sfide della globalizzazione. La criminalità organizzata foggiana, infatti, è portata ad orientarsi sempre più verso uno «sche­ma consortile che nel perseguimento degli illeciti obiettivi mette insieme le diverse articola­zioni pur lasciando loro una significativa autonomia».

La pericolosità di tali sodalizi richiede la necessità di contrastarli «non solo nel modo tradizionale ma anche attraverso iniziative di antimafia sociale volte ad isolare ulteriormente le compagini criminali, privan­dole del consenso socio-ambientale su cui fondano la propria sopravvivenza, nonché tese a promuovere contestualmente la “cultura antimafia” nelle diverse componenti sociali specie gio­vanili (società civile, mondo imprenditoriale e del lavoro, nuove generazioni e pubblica am­ministrazione)».

Diversi i segnali dello sviluppo di un’antimafia sociale registrati negli ultimi mesi, con il ruolo fondamentale dell’Università, la nascita dell’associazione antiracket ed usura,

il Protocollo d’Intesa firmato dal Presidente della Camera di Commercio di Foggia e dal Presidente della Fon­dazione Antiusura Buon Samaritano per sviluppare sul territorio interventi destinati alle imprese e volti a favorire la prevenzione e l’assistenza tecnica e legale per il contrasto di reati quali l’usura e il racket.

Ciro Troiano