L’autonomia differenziata delle regioni del Nord

La insistente richiesta di autonomia differenziata o amministrativa da parte di alcune Regioni del Nord denuncia oltre ogni possibile differente opinione la insufficienza e quindi insoddisfazione per l’opera dell’amministrazione centralizzata nazionale; insoddisfazione al sud che se ne lamenta da sempre, come al nord che se la vuole veder attribuita perché asserisce di potere fare meglio.

Il Nord lamenta una situazione insostenibile ma non è trasferendo le competenze amministrative da Roma alle regioni del Nord che si risolverà alcunchè; forse ne miglioreranno la efficienza che potrebbe migliorarsi anche al centro; forse si coinvolgeranno di più le popolazioni; forse il miglioramento potrà registrarsi per alcuni mesi grazie a impiegati più motivati e vicini ai problemi locali; ma non è certamente credibile che un Palazzo periferico sia per ciò stesso meglio e più capace di un Palazzo romano; specie se questo non si traduce in riduzione del carico fiscale; riduzione che è l’unica cartina al tornasole della efficienza della pubblica amministrazione. Nel lungo periodo le due gestioni si equivarranno certamente se le scelte di fondo saranno le stesse.

A meno che non si voglia svuotare progressivamente Roma dal suo ruolo di Capitale; ma questa è un’altra cosa che, al momento, nessuno ha detto di volere.

Quindi anche per il Nord, va pensato un nuovo modello per l’Italia del futuro. Come detto certamente non è il modello centralizzato la causa di questo malessere ma le cose realizzate da quel modello centralizzato; cose che adesso per efficientarle si vogliono affidare alle Regioni. Non è infatti da credere e da attendersi che le future scelte che dovessero essere fatte in sede regionale se fossero uguali a quelle nazionali potrebbero ottenere effetti diversi.

Cioè la questione non è di tipo ammnistrativo (chi spende i soldi) ma di tipo politico cioè: cosa fai dei soldi e come imposti l’economia; se li usi per ridurre il carico fiscale e efficientare le imprese hai nuovo Pil subito, se invece fai opere pubbliche hai solo benefici di lungo periodo sempre che nel lungo periodo non accadano cose imprevedibili. Nel frattempo se be vedono bene le imprese “vicine” ai politicanti.

Peraltro molte delle imprese maggiori del Nord profittando delle opportunità offerte dalle politiche internazionaliste si sono delocalizzate, si sono trasferite, hanno cominciato a pagare le loro tesse all’estero lasciando dei vuoti enormi qui da noi. Spesso continuano a beneficiare delle nostre infrastrutture e del nostro know how e del brand “Italia” pur avendo sede -almeno fiscale- altrove. Questo può essere da taluni considerato un tradimento sul piano economico e una evasione/elusione sul piano fiscale ma il fatto è che le politiche recenti hanno consentito che porzioni sempre più rilevanti di gettito siano state perse ad opera proprio delle imprese del Nord (alle volte anche quelle nell’orbita pubblica) “evase” dall’Italia.

Tutto ciò converge nella impossibilità del Nord di continuare a sorreggersi in questa situazione.

Peraltro la situazione del Sud è grandemente peggiorata in questi decenni. La cosa buona per tutti noi sta nella acquisizione della certezza che tutte le politiche già poste in essere sono da evitare perché dimostratesi inefficaci: sappiamo cioè cosa non dobbiamo fare e cioè non dobbiamo fare cose simili a quelle che sono state fatte.

Altro punto certo sta nella cattiva distribuzione della spesa nello stivale; cattiva distribuzione della spesa che non ha privilegiato il Nord come sembrerebbe vista da Sud nel senso che lì è stato fatto il minimo indispensabile per competere con il resto del mondo e che si sarebbe dovuto fare anche al Sud; invece nel Sud non è stato fatto nulla che ne evitasse il progressivo impoverimento e il conseguente lo spopolamento; cioè siamo stati tagliati fuori dalla competizione internazionale.

Cioè:

Primo. La dotazione infrastrutturale di cui gode il Nord è stata realizzata anche con danari provenienti dal Sud; Sud che non ha avuto una dotazione simile pur subendo intatta la unicità nazionale della legislazione fiscale. Cioè abbiamo avuto la stessa legislazione fiscale ma la spesa è andata più lì che qui. L’abbiamo fatto di buon grado nello spirito nazionale unitario ma anche grazie alla ignavia della classe politica locale spesso incapace o servile verso il Nord. Abbiamo anche mandato i nostri conterranei a lavorare al Nord che poteva offrire lavoro grazie alle infrastrutture create anche con il nostro contributo. Adesso che la manovra è riuscita e che il PIL si crea lì e non qui, vogliono tenersi tutti i soldi.

Secondo. Il superamento del gap infrastrutturale e il deficit di servizi che penalizza il Sud va superato con finanziamenti provenienti dal gettito e non dal debito da restituire; si tratta di cifre importanti che la ricchezza prodotta non crea e che non è accettabile togliere al Nord perché lo si farebbe implodere per riparare malamente quello che a tempo debito è stato negato al Sud. Si impone cioè il rilancio del Pil e non una sua ulteriore ripartizione ancora più sballata. Peraltro le infrastrutture che saranno necessarie non sono certamente quelle che andavano realizzate trenta anni fa ma oltre a quelle ne serviranno altre che vanno individuate e precisate.

Terzo. Una parte rilevantissima di PIL che paga le tasse al Nord viene realizzato al Sud e/o da meridionali che operano al Nord (basta pensare ai carburanti prodotti dai pozzi petroliferi e dall’energia verde che è tutta del Sud, ma moltissimo altro come le materie prime agroalimentari o i redditi di meridionali molto spesso di successo che vivono al Nord o al centro) quel gettito che contabilmente appare nordico ma che è meridionale oggi viene speso al Nord e questa è una forma di solidarietà del Sud verso il Nord che non può essere fermata senza far collassare il Nord che dipende di fatto dallo sfruttamento del lavoro e dei giacimenti del Sud.

Quarto. Se il Sud non beneficia degli stessi servizi del Nord e non ne beneficerà nel futuro prevedibile deve avere nel futuro una sua legislazione fiscale e burocratica diversa da quella del Nord e cioè più aderente alle realtà aziendali del Sud che non possiedono e non possono acquisire le competenze necessarie; né ci conviene addossare sulle spalle di quelle imprese piccole o nascenti pesi non direttamene connessi alla attività economica strettamente produttiva.

Quinto. I “trasferimenti” effettuati da Roma verso il Sud altro non sono che versamenti minimi a favore delle camarille politiche meridionali servili verso il Nord e verso Roma di cui alla economia locale non rimane nulla se non qualche servizio pubblico di infimo ordine. I benefici vanno interamente alle imprese vicine ai politicanti locali che vanno a costituire nel loro insieme una forma di Pil interamente dipendente dalla spesa pubblica e quindi se non fittizio certamente assorbitore di risorse pubbliche e non produttore di gettito. E -non per caso- quei “trasferimenti” sono un modo per comperare la fedeltà e la riverenza di quelle classi dirigenti peraltro intruppate nei partiti nazionali (specie di sinistra così contrari alla autonomia differenziata e così affezionati all’attuale sistema) senza che al cittadino del Sud arrivi nulla -ripetiamolo- se non servizi sgangherati.

Quindi la situazione è di gran lunga peggiore di quanto le statistiche ci rappresentano.

La crescita del Pil diviene alla luce di tutto quanto sopra l’unica via possibile; non sarà certo nuova spesa pubblica (che pure va fatta) a rilanciare il Sud ma solo rilancio del Pil; e la crescita del pil si ottiene mettendo l’impresa al centro delle attenzioni della politica non per addossarle ogni capriccio populistico (materializzatosi sempre in nuova fiscalità e nuova burocrazia) come accaduto fino ad oggi, ma agevolandone l’azione, liberandola dagli ostacoli burocratici e fiscali, fornendo servizi efficienti e favorevoli alla crescita: una burocrazia amica e non persecutrice a cominciare dal fisco che deve essere nelle condizioni di non poter più perseguitare le piccole imprese. Anche il semplice buon senso basta a capire l’importanza di una politica del genere. Quindi va sperimentato cominciando da Sud un modello economico che ponga l’impresa al centro dell’attività politica.

La centralità dello sviluppo e quindi delle imprese minori nel futuro della politica impone che i fattori di base dello sviluppo vengano trattati come tali. I fattori basilari dello sviluppo sono: il fisco e la burocrazia connessa; l’energia e il credito.

Va notato che il Sud nonostante la politica, nonostante la concorrenza sleale interna ed internazionale e le avverse congiunture economiche possiede ancora aziende anche se sottocapitalizzate, gracili, minime, che però possono crescere impetuosamente se solo beneficiasse della collaborazione delle Istituzioni e non subissero la loro avversione. Uno dei futuri capisaldi di ogni governo deve prevedere che un accertamento fiscale non deve mai portare alla chiusura dell’impresa: la chiusura oltre ad essere anticostituzionale in aperta lesione dell’articolo uno che è la base della nostra Repubblica, fa perdere occupazione e gettito senza il recupero del gettito già perso; né terrorizzare gli imprenditori serve a favorirne la correttezza, anzi si privilegiano gli imprenditori privi di scrupoli che si sentono coperti dalle organizzazioni malavitose. Quindi serve una legislazione fiscale pensata specificatamente per le imprese minori che consenta -senza perdere gettito- di ridurre drasticamente i costi amministrativi delle imprese riducendone le incombenze e azzerare il rischio di accertamenti attraverso una forfetizzazione almeno della imposizione diretta sul modello della tonnage tax. Il fisco e la burocrazia sono una voce di costo di primaria importanza per la competitività dell’impresa. Quindi non serve “aiutare” nessuno ma certamene serve “liberare” le imprese minori da costi non direttamente connessi con l’attività produttiva.

Il costo dell’energia è fondamentale per la crescita e la competitività delle imprese meridionali e quindi lo Stato che in questo settore ha un peso determinante deve garantire la sua fornitura in qualità e quantità a prezzi progressivamente decrescenti. Peraltro l’energia è meridionale e non si vede perché le imprese del Sud devono pagarla come fossero allocate al Nord! Al contrario fino ad oggi l’energia è stato un veicolo occulto di tassazione e comunque di procacciamento di gettito. Quindi l’intero settore va sistemato nel rispetto della Costituzione e con l’obiettivo di ottimizzare le produzioni e i consumi sia delle imprese che delle famiglie. A nessuno sfugge il peso che il prezzo dell’energia ha nella crescita dei prezzi di ogni bene di consumo cominciando da quelli di primissima necessità; l’energia come l’acqua e l’aria è un bene primario che non può essere concepito come un lusso da tassare, né essere veduto a prezzi calcolati con parametri strani e scollegati dalla realtà locale. Peraltro la produzione di energia deve rispettare sempre di più gli imperativi ambientali e paesaggistici non più eludibili; in questo senso i produttori hanno capito che solo in mare v’è lo spazio sufficiente lontano dalla vista dei rivieraschi per produrre quantità anche rilevantissime di energia pulita senza interessare la terra ferma e le coltivazioni. Al momento vi sono più di diecimila richieste di autorizzazione di parchi eolici marini e quindi serve con immediatezza fornire le risposte e quindi organizzare tali iniziative in modo da non intralciare il traffico marino. Serve una specie di piano regolatore che disciplini la allocazione di tutte le iniziative anche in vista della delocalizzazione di quelle oggi presenti sulla terraferma minimizzandone i costi di produzione. Altresì la regolazione dell’intero settore oggi affidato all’Arera va ripensato alle radici.

La questione del credito è la terza questione di fondo per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il settore è oggi particolarmente opaco e nasconde interessi inconfessabili. Il risparmio generato dalle famiglie del Sud prende strade che portano ad allocarsi molto lontano da noi mentre il credito al Sud viene erogato a tassi di interesse spesso multipli di quelli praticati per le imprese nostre concorrenti operanti in altre aree. Non esiste un sistema bancario del Sud, non esiste una politica creditizia vòlta a rispondere alle necessità delle imprese e delle famiglie del Sud, non esiste una maniera per approvvigionare le banche del Sud del necessario capitale di rischio. Cioè possiamo dire che il Sud non ha affatto un sistema del credito e non lo avrà mai. Queste criticità si sommano a quelle esterne al Sud che mettono in dubbio il futuro stesso dell’intero sistema Occidentale. Il Sud ha bisogno di una contrattualistica (mutui e finanziamenti) ritagliata su misura per le piccole imprese e per le famiglie meridionali, un fondo che remunerando maggiormente il risparmio locale lo indirizzi alla ricapitalizzazione delle banche meridionali, un sistema di garanzie accessorie che assista le banche da eventuali crediti non onorati. Cioè ha bisogno di una Banca del Sud diversa dalle banche che oggi operano in Italia. È evidente che tale modello di banca non può non essere interessante per tutte le altre economie mediterranee.

Per completare il quadro serve una politica mediterranea che al di la delle asserzioni geografiche che sentiamo dai tempi di Mussolini e di D’Annunzio si poggi sulla creazione di una serie di rapporti bi-multilaterali con i paesi rivieraschi del mediterraneo al fine di dare sostanza ad un’area economica che avvicini Africa, Asia e Europa del Sud su un modello economico che risponda alle esigenze di queste aree..ma ne parleremo un’altra volta.

Canio Trione