Bombardare la “Democrazia”

Nell’ultima settimana una notizia tragica, ma che sta rischiando di passare sotto traccia è quella degli attacchi aerei che la Turchia sta operando dalla giornata di sabato 19 Novembre contro numerosi obiettivi militari e non, all’interno dei territori siriani ed iracheni che ricadono nella macroarea geografica del Kurdistan.

L’escalation, da parte turca, è stata descritta come una diretta risposta all’esplosione avvenuta ad Istanbul domenica 13 novembre.

Sin da subito la Turchia ha identificato come mandanti dell’attentato sia il movimento indipendentista turco-curdo del PKK sia le YPG cioè le forze militari di protezione del popolo siriane (associazioni diverse ma con moltissimi punti in comune); Ankara però ritiene che siano sovrapponibili, considerazione condivisa da un report del 2018 dell’intelligence statunitense che definisce le YPG come l’ala siriana del PKK.

A conferma delle accuse (e delle posizioni della Turchia) la donna ritenuta materialmente responsabile dell’esplosione, poi arrestata dalle autorità turche, avrebbe confessato di essere stata addestrata proprio da milizie curde (nonostante le due organizzazioni abbiano negato ogni coinvolgimento).

In risposta all’attentato e alla confessione, il Ministero della difesa Turco ha annunciato che il paese avrebbe agito in linea con l’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite, il che garantisce il diritto all’autodifesa in caso di attacco, portando a termine l’operazione militare in cui tra sabato e domenica i jet di Ankara avrebbero colpito più di 80 obbiettivi nel nord dell’Iraq e della Siria.

Secondo l’attuale Ministro della difesa turco (Hulusi Akar) gli obiettivi comprendevano il quartier generale delle due cosiddette “organizzazioni terroristiche”, considerandole entrambe alla pari nonostante il mondo occidentale reputi solo il PKK come tale, il Governo turco infatti estende questa dicitura a qualsiasi guerrigliero indipendentista di origine curda anche operante al di fuori del paese.

Nello specifico sono state colpite maggiormente la città siriana di Kobane, nel nord del paese a confine con la Turchia e già teatro di passati violentissimi scontri, ma anche la provincia di Aleppo e di Al Hasakah, rispettivamente nella parte est ed ovest del paese, gli obbiettivi colpiti sono ovviamente stati molti di più.

L’attacco verso Kobane è rilevante anche a livello simbolico  poiché la città dal 2015 era diventata “simbolo”  di resistenza delle forze YPG che erano riuscite a strappare la città dalle mani dell’ISIS dopo estenuanti combattimenti casa per casa, sancendo la vittoria sia delle milizie curde, sia delle forze alleate che li sostenevano (come gli Stati Uniti).

Il bombardamento da parte della Turchia dunque rappresenta un attacco non solo alle forze curde ma anche ai suoi alleati, non a caso Ankara ha dichiarato gli americani corresponsabili dell’attentato fin da subito, proprio a causa del loro sostegno alle forza siriane, indicando in Kobane il mandante dell’esplosione ad Istanbul.

Da parte turca è chiara la forte componente sia emotiva sia ideologica dell’attacco.

Tutta l’operazione è stata documentata sul profilo Twitter del Ministero della difesa turco, che è arrivato a postare una foto di un F16 al decollo con la didascalia “vendetta”.

Al netto della componente ideologica, l’attacco si è lasciato dietro diverse vittime sui cui numeri ci sono poche certezze, il New York Times riporta di oltre 20 vittime, perlopiù civili, secondo l’Osservatorio siriano sui diritti umani invece le vittime sarebbero più di 30.

Gli attacchi sono stati accolti da un silenzio assordante comparati alle reazioni che eventi più piccoli di questi (come nel teatro di guerra ucraino) sembrano aver suscitato nell’opinione pubblica;

le milizie curde delle Forze Democratiche Siriane (SDF) dal canto loro hanno annunciato che gli attacchi non sarebbero rimasti senza risposta.

Per capire il contesto di quello che sta succedendo è necessario tenere a mente che i territori colpiti del Kurdistan non sono altro che grandi fasce territoriali di Stati sovrani, seppur in lotta per l’indipendenza.

La Turchia ha essenzialmente fatto decollare i jet e bombardato uno stato vicino, la Siria, come già in passato accaduto. Di conseguenza è importante tenere accesi i riflettori su questo comportamento aggressivo di Ankara perché, come detto, mentre l’Ucraina ormai da 9 mesi è sotto attacco di un altro Stato sovrano e le reazioni occidentali sono state immediate, nella fattispecie in questione esso proviene da un paese alleato NATO ed è infinitamente più scomodo da riconoscere e condannare passando decisamente in secondo piano.

L’evento si rende ancor più grave in quanto questo comportamento bellicoso sia a danno di gruppi organizzati nel confederalismo democratico e che quindi, più di ogni altri nella regione, rappresentano quegli ideali di laicità e democrazia che noi occidentali sosteniamo essere valori fondanti della nostra cultura e della nostra civiltà.

Ninì Romanazzi