Otto miliardi di persone: problema Monstrum?

L’ONU ha certificato che il 15 novembre del 2022 la popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi di abitanti. Una crescita inimmaginabile fino a qualche decennio fa. 

Basti pensare che fino al 1800 eravamo meno di un miliardo di abitanti, e che in poco più di un decennio siamo passati da 7 a 8 miliardi.

Questa gran mole di abitanti della Terra dà vita ad un problema di grande difficoltà: quello della sostenibilità. Può il nostro globo sopportare questa gran massa di umanità che necessita, per vivere, delle esistenziali risorse naturali come acqua e cibo? Intanto, altri effetti si contabilizzano subito:

1.  l’emergenza ambientale generata da inevitabile inquinamento, consumo del suolo, distruzione di ecosistemi, perdita della biodiversità;

2. l’emergenza climatica causata, per grande parte, dall’emissione di gas serra da parte dell’umanità. 

Non si tratta, certo, di attuare politiche sociali orientate alla diminuzione della popolazione mondiale, come qualche cinico pazzoide potrebbe suggerire, ma si tratta di disegnare e realizzare innovative strategie prospettiche e sistemiche di progresso socioeconomico produttivo.

I dati raccolti dall’ONU, analizzati da Coldiretti, benché affetti dalla imprecisione statistica, non lasciano margini alla comprensione del fenomeno: il 10% della popolazione mondiale soffre gravemente la fame; il 29,3% vive in precarie condizioni di “insicurezza alimentare”;  45 milioni di bambini, al di sotto dei cinque anni, soffrono di deperimento; 149 milioni di bambini, al di sotto dei cinque anni, accusano  “deficit di sviluppo a causa di una mancanza cronica di nutrienti essenziali”.  

Cosa succederà con una tendenza di crescita esponenziale della popolazione mondiale che non si riuscirà a controllare se non, forse, nel lunghissimo periodo? 

Uno studio dell’ONU prevede che raggiungeremo un picco di popolazione di 10,4 miliardi nel 2080; e, poi, un livellamento fino alla fine del secolo: quindi un rallentamento della crescita demografica.

Ma, nel frattempo, il problema globale sta assumendo le sembianze di un “mostro” irriducibile che sfiderà i Paesi e i loro governi che appaiono, tuttavia, incapaci di andare oltre le analisi statistiche senza disporre di una visione “sistemica” del fenomeno.

Abbiamo consapevolezza della crescita; ma quali sono le cause del rallentamento demografico?

Per quanto concerne il fattore “urbanizzazione” basti pensare che nel 1960 solo il 30% della popolazione viveva in città. Oggi la percentuale è salita al 60%. Vivere in città significa adottare diversi stili di vita, che comportano più esigenze e maggiori dinamiche economiche. Ciò incide sulla numerosità del nucleo familiare che, accompagnata dalla emancipazione femminile, fa perno sul tasso di natalità che ne viene fortemente penalizzato. Per mantenere il ricambio generazionale, il tasso di natalità dovrebbe essere collocato al 2,1%

Ne sono state individuate tre: urbanizzazione, tasso di natalità e invecchiamento. Questi fattori sono ovviamente strettamente interrelati.

A queste si aggiungono, pur declinandosi “contingenti” e non di “evoluzione sociale”, il Covid e le guerre che, purtroppo, ci distraggono dai reali problemi dei popoli perché assorbono energie e ricchezze.

Dal 1960, il tasso di natalità nei dieci Paesi più popolosi è diminuito di oltre il 50%, soprattutto fra le giovani generazioni, tanto che quello delle donne quarantenni è superiore a quello delle donne ventenni.

Tutto ciò riverbera sul tasso d’invecchiamento: si vive di più. E, di fronte a un calo delle nascite, i popoli invecchiano con effetti sulla tenuta delle pensioni e del welfare.

C’è molto poco da stare allegri.

 Le stime dell’ONU (2019, prima del Covid) indicavano una popolazione mondiale di 9,8 miliardi, nel 2050, e di 11,2 nel 2100: cifre da capogiro.

Recenti studi demografici (settembre 2021, rivista Nature), descrivono un picco prima del 2080 ed una popolazione molto minore di quella prevista dall’ONU. L’incidenza sarebbe dovuta alla pandemia che avrebbe inciso sulle nascite e avrebbe causato decessi al di sopra della media.

Ma i numeri sono comunque stratosferici.

È da tener presente che queste analisi statistiche sono “medie” su tutto il globo mentre ci sono differenze anche notevoli, tra diversi territori, soprattutto per quello che riguarda aree ricche e aree povere del mondo, con tassi di fecondità più bassi nei paesi benestanti e più alti in quelli poveri. A livello locale, dove crolla il numero di nascite e aumenta l’età media della gente, si riduce la popolazione, e si presentano problemi di alta criticità quali il possibile collasso dei sistemi economici e di assistenza, come quello pensionistico, o la perdita, addirittura, di intere comunità. 

Ad esempio, in Italia, si registra una lunga tendenza di diminuzione costante delle nascite e di invecchiamento della popolazione.

Vale per tutta l’Europa, ma specialmente per Italia e Spagna.         

L’ISTAT (Istituto nazionale di Statistica italiano), ha previsto che ci sarà un calo della popolazione italiana al di sotto dei 50 milioni entro il 2070.

Per completezza d’informazione, pubblichiamo una tabella, ripresa da Emptier Planet di IPSOS VIEWS, ripubblicata da Lancet (2020) sulla popolazione nei primi 10 Paesi più popolosi nel 2017 e nel 2100.

Attendiamo serie risposte da chi ci governa.

Antonio Vox – Presidente “Sistema Paese” – Economia Reale & Società Civile