Precarietà e salari bassi incombono sul lavoro femminile

A segnalare il problema è Gender Policies Report 2022, il rapporto che ogni anno pubblica l’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) fotografa le differenze di genere nel mondo del lavoro.
I dati non sono positivi per il lavoro femminile su cui incombono precarietà, bassi salari e divario di genere. Secondo il rapporto l’occupazione cresce, ma non intacca il divario di genere. Pur avendo toccato quota 60,5% lo scorso ottobre, il valore più alto dal 1977, i tassi di occupazione di uomini e donne continuano a restare distanti (rispettivamente 69,5% e 51,4%) con un gap di genere del 18%. Il tasso di disoccupazione femminile è al 9,2% contro il 6,8% degli uomini, divario che aumenta per i giovani fra i 15 e i 24 anni con tassi del 32,8% per le ragazze e il 27,7% per i ragazzi. Anche la sfera della non partecipazione vede ancora penalizzate le donne con un tasso di inattività del 43,3 % contro il 25,3% degli uomini.
Se osserviamo i dati si evidenzia che due sono i fattori critici la forma contrattuale precaria ed il par time infatti considerando solo il lavoro a tempo determinato, che occupa il 38% dei contratti delle donne e il 43% di quelli degli uomini, si nota che della prima quota il 64% è part time e della seconda lo è il 32%. Nel 2021 l’incidenza di donne occupate che lavorano in part time è superiore rispetto agli uomini di circa 15 punti percentuali in Europa e di più di 22 punti in Italia.
Il report segnala anche la cosiddetta discriminazione algoritma ossiaquella legata all’uso degli algoritmi da parte delle piattaforme digitali. Tali strumenti, infatti, risentono del sistema di significati, idee e giudizi e con essi di stereotipi e pregiudizi di chi li ha ideati e costruiti. In tal modo nel mercato del lavoro digitale si riproducono esattamente gli atteggiamenti discriminatori che si riscontrano nei lavori tradizionali.
Infine per quanto riguarda il lavoro domestico, l’INAPP rivela che “Il settore è caratterizzato da una ampia quota di lavoro sommerso, si stima che sette lavoratori o lavoratrici su dieci (68,3%) non abbiano alcuna formalizzazione contrattuale e di conseguenza alcuna tutela, sebbene minima, prevista dal Contratto colletivo nazionale del lavoro di riferimento”.
Altro fenomeno è il lavoro grigio ovvero forma di lavoro parzialmente regolare che presenta un contratto di lavoro formalizzato, ma con la dichiarazione di un numero di giornate inferiore a quante prestate effettivamente dal collaboratore. Irregolarità maggiori si registrano nel baby-sitting (51,8% dei casi) e nelle regioni del Sud Italia.
Il cammino a tutela del lavoro femminile, volto a garantirne la dignità e la parità contributiva, è ancora arduo ma va segnalato che le istituzioni italiane, seguendo le direttive europee, stanno attuando politiche volte a colmare il divario retributivo.

Antonella Cirese