2023 la questione meridionale è sempre lì, inamovibile

La lotta tra umanesimo identitario e tecnicismo mondialista e cioè tra Sud e Nord è lungi dall’essere conclusa. Forse un giorno si dirà che è appena cominciata.

Qualche affezionato alle statistiche e alle vicende aziendali delle imprese nordiche operanti al Sud vaneggia -con la benedizione della Confindustria nazionale e delle banche del Nord- di un Sud che va meglio del Nord e del resto di Europa (la visione della Svimez? “viene in larga misura scardinata” vedi: https://www.startmag.it/economia/sud-italia-industrializzazione-studio-intesa-sanpaolo/); altri scavano nella storia della seconda metà del diciannovesimo secolo per cercare torti subiti e invidiabili condizioni di vita di duecento anni fa forse nell’intento di dimostrare che si stava meglio quando si stava peggio e che lasciati a noi stessi avremmo fatto mirabilia; altri ancora dimostrano, fatti alla mano, che i meridionali vestiti da italiani quando sono stati Ministri avrebbero potuto fare quello che volevano per il decollo del Sud e non lo hanno fatto; altri ancora si accorgono che molti degli Stati di tutto il mondo hanno un meridione come il nostro e hanno avuto anche una guerra civile simile al nostro brigantaggio e non ne fanno una eterna tragedia; altri interpretano la Questione Meridionale come niente altro che la solita litania del lamento del questuante (anche se non si può negare che la dotazione infrastrutturale del Sud è decisamente minore di quella del Nord da sempre);…e tanto altro ancora che divide gli “esperti”, ma la Questione meridionale è sempre lì.

Da sempre la ricerca storica ha diviso e non unito persone e popoli per le varie interpretazioni possibili quindi forse sarebbe meglio chiedersi quale è la ragione primaria di questa differenza tra Nord e Sud e come mai i meridionali quando governano l’Italia non fanno gli interessi del sud. E finanche nel momento della unificazione v’erano nativi del Sud che parteggiavano per il Nord. Tanto da far dire ai nordisti di oggi che non esiste nella guerra civile chiamata brigantaggio una contrapposizione tra Nord e Sud. E quei meridionali filo Savoia erano profittatori se non traditori? Peraltro pagati con i soldi sottratti al Sud? La confusione è tale da far dire a certi “storici” che quella guerra civile detta brigantaggio non è stata una guerra del Nord contro un Sud da colonizzare, ma lotta interna al Sud tra cafoni e ricchi feudatari: una specie di lotta di classe.

In sintesi la domanda rimane la stessa da sempre: in ogni settore quale è il vero interesse del Sud? Il fatto che vi siano numerose teorie meridionaliste non è forse la migliore strategia per continuare a tenere tutto il Sud asservito ai partiti del Nord?

Ancora oggi, ad esempio, i politicanti meridionali si vantano di riuscire ad attrarre dall’estero investimenti industriali nel Sud per il suo rilancio; in realtà lo fanno al solo scopo di fornire posti di lavoro ai propri sostenitori che poi voteranno per loro, sapendo che tutte le volte che così si è fatto nel passato non si è risolto nulla.

Ormai, da tempo immemore, i meridionali considerano le norme giuridiche e le leggi economiche vigenti come espressione di un potere estraneo al Sud e quindi sono portati istintivamente a utilizzarle, scansarle se non a violarle; quanto meno ad eluderle sapendo che questa considerazione accomuna ormai tutta l’Italia. Quasi fossimo o ci sentissimo abitanti di una regione occupata da uno straniero che fa i suoi interessi e non i nostri. Un esempio di questo diffuso sentimento di estraneità del cittadino del Sud verso le Istituzioni e i riti nazionali, sta nella latitanza ormai secolare del nostro risparmio: non esiste un risparmiatore meridionale che pensa o ambisce ad utilizzare il proprio risparmio in una impresa. Quei risparmi languono in un conto in banca (quasi sempre nordica) e l’imprenditore che si avventura ad aprire una partita Iva è in genere un visionario che ha una idea mutuata dal padre o dalla propria fantasia, senza soldi, che si avventura (è il caso di ripeterlo) nella realizzazione di se stesso. Quindi le imprese meridionali sono sempre nascenti, piccole e sottocapitalizzate; il capitale meridionale non si cimenta. Neanche a parlarne per scherzo! Questo avviene da sempre e adesso anche il Nord fa lo stesso. Neanche le imprese esistenti investono in se stesse perché non credono nel proprio futuro. E neanche i figli degli imprenditori meridionali spesso seguono le orme del padre disincentivati come sono dalla insoddisfazione del padre stesso. È un sintomo gravissimo; solo le imprese che usano soldi altrui si fanno promotori di iniziative ma solo per controllare di più e meglio il mercato.

Perché accade tutto questo? Perché si è creato questo distacco pesantissimo tra economia ed Istituzioni? perchè il risparmio e l’imprenditoria meridionale non crede nelle iniziative meridionali? Semplice: perchè nessuno crede più nella politica nazionale in tutte le sue forme e quindi ci si arrocca nei conti correnti in attesa di tempi migliori che non arriveranno mai. Tutto con grande soddisfazione del sistema bancario che è del Nord che così utilizza a proprio piacimento il frutto di enormi sacrifici e rinunzie dei meridionali. Politica e banche unite nel tenere le cose come stanno.

Poi c’è il problema del credito bancario meridionale fuori da ogni logica; quello del fisco ampiamente fuori dalla legalità; il costo del lavoro ritagliato per realtà non certo meridionali, il costo dell’energia calcolato molto fuori dal Sud, Sud dove invece l’energia elettrica verde si esporta e non costa quasi nulla; la rapina delle risorse petrolifere meridionali, la burocrazia, …in sintesi possiamo dire che il Sud e il suo tessuto produttivo con tutti i suoi limiti, senza servizi e avendo tutto contro, riesce ad essere eccedentario in tutto quello che produce -dall’acciaio alle derrate alimentari, dall’energia ai servizi turistici- mentre rimane beneficiario di un reddito procapite bassissimo. Esattamente come una colonia. E non è un lagnarsi, è la fotografia di una situazione di cui anche il nord è vittima nella stessa maniera ma non se ne accorge perché ritiene di cavarsela magari saccheggiando ancora di più il Sud -con l’autonomia differenziata?- o altre economie fuori Europa. Questo significa che l’impresa meridionale è efficiente ma non retribuita; non prospera ma sopravvive fortunosamente. Fino a quando?

Trasferire soldi al Sud per accrescere la dotazione infrastrutturale è certamente necessario e doveroso ma è una parziale e tardiva riparazione ad errori macroscopici dei governi unitari con la connivenza di meridionali scelti tra i più unitaristi che il Sud offriva e offre (per non dire i venduti).

Quella he al Nord viene considerata impresa da imitare è una organizzazione produttiva di più di cinquecento persone dove la ripartizione dei ruoli è realizzata in modo gerarchico, piramidale, quasi militare, e quindi sottopone ogni singolo individuo all’intento efficientistico. L’efficienza è il futuro -secondo loro- e la persona viene pagata per stare a disposizione dei criteri ed obiettivi economici dell’impresa. La disciplina è la regola e non si riesce a immaginare l’economia in un modo differente; per loro è ovvio che l’impresa funzioni come una caserma, un piccolo esercito!! Quegli imprenditori che decidessero di pagare di più rispetto ai contratti nazionali (o altri vantaggi) i propri dipendenti sono una lodevole eccezione e quel “di più” è una graziosa elargizione non certo un diritto del lavoratore. La mondializzazione, lungi dall’essere un progresso è una ulteriore, ancor più stringente imposizione efficentista.

L’impresa del sud -spesso familiare- si regge invece sulla molto maggiore libertà di ognuno dei componenti; componenti che se sono più di cinque/dieci sono avvertiti come troppi. Le esigenze di ognuno divengono esigenze di tutti e tutti spontaneamente si organizzano per supplire alle esigenze di ognuno. Questa si può chiamare una forma di collaborazione e non certo di organizzazione piramidale come accade alle imprese del Nord che si reggono sulla disciplina. Collaborazione che certo produce necessità di disciplina ma come intento mutualistico non certo meramente efficientista; comunque ridotta al minimo indispensabile. La mondializzazione produce la chiusura di queste imprese piccole perché mette a contatto la filosofia collaborativa con quella efficentista, piramidale sostenuta dalla finanza e dal credito bancario delle imprese più grandi. Per un meridionale lavorare in una impresa grande significa subire i diktat della gerarchia aziendale da una cert’ora ad un’altra per poi recuperare la propria libertà sacrificata nelle ore di lavoro. Un po’ come essere schiavi ad ore. E molti ne sono abituati e condividono anche per il carisma espresso dall’essere parte di una organizzazione “grande”.

La Questione meridionale è questo confronto tra due modi di essere dell’economia: disciplina o collaborazione? Piramidalità aziendale o piccola impresa familiare? Il sistema collaborativo che è sopravvissuto alla unità d’Italia grazie alle mirabili capacità creative e all’abnegazione dei meridionali -più eroi che imprenditori, più umanesimo che economia- può sopravvivere in un mondo altamente competitivo nel quale la disciplina è dettata dai computer? Dipenderà dal tipo di vita che si vorrà. 

Noi diciamo che neanche l’economia del Nord sopravviverà alla dittatura delle tecnologie e quindi la soluzione della Questione Meridionale è il futuro anche di quelli che fino ad oggi si sono retti sul saccheggio delle altrui economie, non solo in Italia. Dittatura delle tecnologie che è figlia della dittatura del capitale finanziario.

La Questione Meridionale nel 2023 deve essere intesa così e nella sua soluzione deve convergere anche quella parte di Nord che è cosciente del carattere ormai subalterno della sua economia. La lotta per la vita tra umanesimo identitario e tecnicismo mondialista e cioè tra Sud e Nord è lungi dall’essere conclusa.

Canio Trione