Non questione meridionale ma “dei meridionali”

Il dibattito sull’autonomia differenziata, che consiste nell’accentuare forme di autonomia di tipo amministrativo, è, oggi, voluta dalla destra, ma ieri è stata concepita dalla sinistra. 

Quando governava il centrosinistra, ed il ministro che si occupava di tale argomento era Francesco Boccia, pugliese doc, voleva realizzare ciò che oggi è in quota al governo di destra. A partire dai livelli essenziali delle prestazioni che non si baserebbero sul merito ma sulle arbitrarie richieste delle regioni e dai livelli (economici?) di realizzazione.

La critica che viene mossa al progetto è che spacca l’Italia in un Nord più produttivo e civile e in un Sud più assistito e arretrato. A pagare le conseguenze di questa differenza sarebbero i meridionali in termini di sanità, trasporti, studi, sviluppo, lavoro e reddito. Non è già così? Sì. In ambito sanitario è risaputo che esiste da tempo il fenomeno dell’emigrazione sanitaria da Sud verso Nord. La stessa cosa vale per gli studi. E così per il lavoro.

Non a caso il maggior numero di percettori del reddito di cittadinanza è concentrato a Napoli. Stando così le cose, la riforma dell’autonomia spacca ciò che è già spaccato. Più che una divisione è una fotografia. Al massimo, come detto all’inizio accentua le divisioni, ma ciò che non si può sostenere è che sia la causa delle differenze. Siccome le differenze già ci sono, la causa va ricercata altrove. Dove? Nei governi del Sud, dai municipi alle Regioni, che invece di essere attivi sono passivi e fonte di nuove forme di feudalesimo che creano sudditanza e dipendenza.

In pratica esiste una responsabilità delle classi dirigenti meridionali che troppo spesso per salvare sé stesse puntano il dito contro le colpe altrui creando quel vittimismo in cui gli stessi meridionalisti crogiolano. Il vittimismo è una sorta di brodo di coltura in cui si istituisce un patto malsano tra i meridionali, la rappresentanza istituzionale e la rappresentazione delle condizioni civili del Mezzogiorno. Ecco perché ciò che serve al Sud è una onesta presa d’atto della propria condizione.

La “Questione” deve essere dapprima chiamata col giusto appellativo, dei meridionali e non meridionale. 

C’è bisogno di un Sud che abbia voglia di fare, che investa in una cultura di impresa diffusa su tutti i territori. Un Sud che ha bisogno di infrastrutture (almeno minime), abolizione della burocrazia inutile, che non vuole assistenza, ma misure che creino le condizioni per lo sviluppo del tessuto economico e sociale sul territorio. 

Tutte cose che noi consideriamo ovvie e che i nostri governanti hanno dimostrato di conoscere, tanto è che le applicano con legge, nelle ZES, a vantaggio di investitori esteri, ma che non applicano al resto del Sud che continua a pagare tasse e subire burocrazia pur sopportando la concorrenza dei nuovi investitori esteri. 

 

Giuseppe Romito – Italia Liberale Popolare – Movimento Lib