Il ritorno di Lula e della vera democrazia in Brasile

Quando si vince è poi facile e naturale esultare; ma è quando si perde che necessita equilibrio e maturità per accettare la sconfitta e riconoscere la vittoria dell’avversario. Questo equilibrio e maturità sono chiaramente mancati all’ex Presidente degli USA Donald Trump immediatamente dopo la vittoria elettorale di Joe Biden. Esattamente due anni dopo abbiamo potuto constatare che queste qualità sono mancate anche all’ex Presidente del Brasile, l’esponente di estrema destra Jair Bolsonaro. Infatti, due anni dopo l’assalto di Capitol Hill da parte dei sostenitori di Trump, fortemente fomentato dall’accusa di quest’ultimo di brogli elettorali senza che peraltro le abbia mai dimostrate, anche a Brasilia, la giovane capitale del Brasile fondata nel 1960, c’è stato l’assalto ai Palazzi del potere brasiliano da parte dei sostenitori di Bolsonaro che, caso unico nella storia della democrazia del Paese, non è riuscito a centrare la seconda elezione.

  Il Presidente della Repubblica Federale del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, eletto per la terza volta, anche questo caso unico, sostiene che ad aprire le porte delle tre sedi istituzionali (il Parlamento, il Palazzo Presidenziale e il Tribunale Supremo Federale) agli assalitori, siano stati i militari e i poliziotti fedeli a Bolsonaro, dato che nessuna porta era stata forzata. Già 1.800 manifestanti sono stati arrestati, lo stesso Bolsonaro è indagato per incitazione alla rivolta e i suoi conti corrente sono stati bloccati. Inoltre, nella casa del suo ex ministro della Pubblica Sicurezza e della Giustizia Anderson Torres, di cui la Corte Suprema ha chiesto l’arresto, è stata ritrovata la bozza di un decreto col quale si stabiliva un intervento del Governo uscente sulle strutture della giustizia elettorale per sospendere i risultati delle elezioni del 30 ottobre scorso. Il decreto però non è stato inviato al Parlamento e quindi è risultato inefficace mancando l’avallo politico.

  Si sospetta che un centinaio di aziende legate al settore agroalimentare abbiano finanziato i golpisti pagando i pullman per raggiungere la capitale Brasilia e finanziando le spese per rimanere accampati davanti il quartier generale dell’esercito a preparare il fallito golpe. Le punizioni saranno esemplari, ha dichiarato il nuovo Ministro della Giustizia Flavio Dino, e già sono scattati i mandati di arresto in dieci Stati. Presso il Tribunale del Distretto Federale sono state emesse anche delle misure cautelari nei confronti di queste aziende, consistenti nel blocco dei beni con l’obiettivo di utilizzare queste risorse per pagare i notevoli danni arrecati dai manifestanti ai Palazzi istituzionali.

  Il Giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes ha dichiarato che non ci potrà mai essere dialogo con i terroristi, e che saranno tutti puniti: pianificatori, esecutori e finanziatori del golpe, “per azione o per omissione, perché alla fine la democrazia prevarrà”. Il Segretario esecutivo del Ministero della Giustizia Ricardo Cappelli ha detto che nulla è successo per caso, e che quello che domenica 8 gennaio è mancato è stato il comando del Ministero della Sicurezza del Distretto Federale, assenza voluta per facilitare l’azione dei rivoltosi bolsonariani.

  Il Presidente Lula ora si trova a governare un Paese in difficoltà dominato per quattro anni da Bolsonaro con il sostegno dell’estrema destra, che ha gestito la pandemia in modo criminale e ha permesso la deforestazione dell’Amazzonia al ritmo di 8.000 Km2 l’anno per ricavarne terreno coltivabile. Di questo l’80% serve per produrre cibo per gli allevamenti intensivi. La Foresta Amazzonica è il polmone del Pianeta, che è messo in crisi anche dalla siccità causata dai cambiamenti climatici, innestandosi così un tragico circolo vizioso per l’ambiente e per noi.

Angelo Lo Verme