L’infamia senza volto

Per anni ce lo siamo immaginati come in quella vecchia foto in bianco e nero della patente e nelle successive elaborazioni di invecchiamento. Un senza volto che ha tenuto in scacco la nostra democrazia, erede di un impero criminale che appariva, nella sua infamia, invitto.

Matteo Messina Denaro è stato arrestato. A 30 anni dall’arresto storico di Totò Riina, si chiude un ciclo, ma la nefasta storia continua. Per questo, finita la giusta euforia per la cattura, occorre continuare con determinazione le indagini e tentare di far luce sui tanti misteri e sulle tante ombre che accompagnano la questione mafiosa del nostro Paese.  

Gli affari e i crimini di Matteo Messina Denaro sono noti e in queste ore tutti ne parlano. È stato condannato per le stragi di Capaci e di Via D’amelio del 1992 e per gli attentati del 1993 a Milano, Firenze, Roma. È stato condannato per decine di omicidi, tra cui quello del piccolo Giuseppe di Matteo, figlio del pentito, prima strangolato e poi sciolto nell’acido, dopo due anni dal suo rapimento.

Meno noti, però, sono alcuni aspetti che riguardano in modo diretto o indiretto lo sfruttamento di animali e attività connesse, costantemente monitorati dall’Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV; inchieste nelle quali non compare direttamente il suo nome, ma la sua ombra si coglie perfettamente.

La più nota è sicuramente quella che riguarda il coinvolgimento di sodali del padrino arrestato nella gestione delle attività di raccolta delle scommesse che attirato l’attenzione della criminalità organizzata, nazionale e straniera, interessata a strumentalizzarne le potenzialità a fini di arricchimento e riciclaggio, anche con il ricorso ad articolati schemi societari con ramificazioni all’estero. Le numerose operazioni di polizia realizzate hanno confermato ricorrenza e varietà delle pratiche adottate dai gruppi criminali. Nel mese di giugno 2020, la DIA ha eseguito, a Castelvetrano (TP), un decreto di sequestro di beni nei confronti di un imprenditore, attivo nel settore dei giochi e delle scommesse, indiziato di appartenere a Cosa nostra. Secondo le indagini, l’espansione in Sicilia occidentale delle agenzie di scommesse e gioco illecito era strettamente collegata agli interessi del gruppo sodale di Matteo Messina Denaro.

Nell’ambito dell’operazione Caronte del novembre 2014, invece, emersero interessi mafiosi nei settori dei trasporti e del commercio delle carni nella grande distribuzione, come una catena di un noto Gruppo confiscata a un presunto prestanome del boss Matteo Messina Denaro, il quale, come emerso da altre inchieste, aveva grossi interessi nella grande distribuzione. Altre indagini, hanno riguardato la macellazione clandestina.

Neanche il commercio ittico è sfuggito alle grinfie dei sodali e favoreggiatori del boss di Castelvetrano. Attiva in questo senso una famiglia mafiosa palermitana, imparentata con Matteo Messina Denaro, che controllava una rete di commercializzazione del pesce su tutto il territorio nazionale.

Ovviamente, la lunga mano non poteva non estendersi su allevamenti e terreni. Infatti, in diverse occasioni, a sodali e persone vicine al boss, sono state sequestrate ditte di allevamento, terreni coltivati a vigneti e disponibilità finanziarie.

Una notizia passata come nota di colore che accompagnava un’indagine di mafia è quella che riguarda un presunto fiancheggiatore che, intercettato, asseriva di “essere pronto a farsi trent’anni di carcere per Matteo Messina Denaro”. Orbene, per questo figuro, dopo il sequestro di beni, è scattata una denuncia per reati ambientali e per maltrattamento di animali, stessa accusa per il suo prestanome. “ In particolare, grazie al supporto fornito in fase di esecuzione dai Carabinieri del N.A.S. di Palermo e dei Carabinieri Forestali del Centro Anticrimine Natura di Palermo – Nucleo Cites – distaccamento di Trapani – si legge nel comunicato dell’Arma –, si è accertato che presso l’azienda dedita al commercio all’ingrosso di generi alimentari formalmente intestata (al prestanome), vi erano gravi carenze igienico sanitarie e la presenza promiscua, anche all’interno dei locali, di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, alcuni dei quali danneggiati a seguito di combustione, bovini, suini, cani, volatili e animali da cortile, alcuni dei quali deceduti o sottoposti a macellazione e generi alimentari in cattivo stato di conservazione”. Ma anche il fedelissimo disposto a farsi trent’anni di galera “è stato raggiunto da una denuncia in quanto ritenuto responsabile del reato di maltrattamento di animali: è stato accertato che lo stesso deteneva, all’interno dell’area dove ha sede la citata azienda intestata (al prestanome) 37 esemplari di animali appartenenti a varie razze in buona parte detenuti in spazi fatiscenti e in cattivo stato di nutrizione e privi di sistemi di marcaggio”.

Le varie mafie si sono sempre caratterizzate come “movimento anti-ecologista”. Fin dalla loro nascita hanno avuto la pretesa di trasformare il territorio, di gestirlo secondo regole dannose e immorali, di controllare e governare ogni mutamento ambientale e sociale. Non è un caso che i business malavitosi hanno quasi tutti un forte “impatto ambientale” – si pensi al ciclo dei rifiuti, a quello del cemento o alla criminalità zoomafiosa -, manifestando un chiaro disprezzo per l’ambiente, gli uomini, gli animali. Controllare un territorio, modificarlo, trasformarlo equivale a dominare su persone, animali e cose che vi appartengono. Basta ciò per capire l’infame portata antiecologista dei sodalizi mafiosi.

Ciro Troiano