Cosa sta succedendo alle cooperative?

“Le cooperative hanno come scopo comune non il profitto bensì uno scopo mutualistico, consistente nel soddisfacimento dell’interesse dei soci dallo svolgimento della propria attività”.

Sembra che la genesi delle cooperative, nonché dello statuto, sia risalente al 1844 dove 28 operai del tessile a Rochdale, un sobborgo di Manchester in Inghilterra, fondarono la Società dei “Probi Pionieri di Rochdale“.

Nel 1849 nacque la prima cooperativa italiana a Pinerolo (Torino) dei consumatori operai.

Nel dopo guerra si ebbe il boom quale strumento fiscale e sociale della ricostruzione del nostro Paese: emblematico fu l’esempio del Sindaco comunista “di tutti” Dozza a Bologna.

Gli anni ‘60/’70 furono quelli della massima diffusione di queste società a “pareggio di bilancio” che riusciranno a dare ancor maggior impulso alla nostra PMI.

Gli anni ‘80 vedranno la Lega delle Cooperative la seconda struttura finanziari d’Italia.

Per evitare una tediosa lettura dello statuto delle coop, ecco di seguito i primi 6 articoli delle finalità statutarie a cui s’ispirano, appunto, le cooperative:

L’Associazione che è retta sui principi di mutualità ed assistenza, senza alcun fine di lucro, e nel perseguire l’interesse generale sociale dei propri soci si propone le seguenti finalità:

1) L’incentivazione, la promozione, il coordinamento di enti cooperativi e/o mutualistici;

2) Lo studio, la tutela, la diffusione, la ricerca e la sperimentazione di nuovi modelli della cooperazione;

3) La formazione professionale dei soci, degli amministratori, degli addetti e degli enti associati in genere;

4) La promozione anche attraverso la formazione di lavoratori, di artigiani, di piccoli imprenditori per la acquisizione e la gestione di strumenti di lavoro e produzione in forma cooperativa o associazioni in genere;

5) Lo studio, la programmazione, l’incentivazione e la realizzazione di attività co- operativistiche nei paesi in via di sviluppo, nei paesi dell’Europa facenti parte della CEE, e nelle rimanenti aree geografiche;

6) La promozione, l’organizzazione, lo sviluppo, il coordinamento e la disciplina degli enti cooperativi e mutualistici anche nella forma di organizzazioni non lucrative di utilità sociale (O.N.L.U.S.) e imprese sociali.

Encomiabili quindi sono i presupposti di queste società che hanno avuto sgravi fiscali e agevolazioni che sicuramente hanno agevolato la creazione di posti di lavoro e diffusione della micro-impresa. Una piccola e medio impresa  che è, ed è stata, la spina dorsale economica del nostro Paese che fino al 2019 accreditava il 94% del potenziale produttivo italiano.

Nell’ultimo ventennio siamo stati sommersi da scandali che hanno visto proprio le cooperative quali protagoniste di speculazioni e sfruttamenti. Quello della suocera di Soumahoro è l’ultima ma io stesso sono stato testimone di costi tripli di gestione cooperativa condominiale rispetto la normale amministrazione di un professionista privato. Continuano i malumori sulle coop i cui medici assunti dalla sanità nazionale non sembrano essere espressione della corretta applicazione dell’ art. 3 delle finalità statutarie.

Lo stesso dicasi dei docenti presi a spot dall’ amministrazione pubblica a supplenza della carenza cronica d’ insegnanti e insegnanti di sostegno che vengono utilizzati in modo incongruo e che spesso non rispondono neanche alle abilitazioni di base richieste.

Com’è stato possibile arrivare a questa situazione? Sicuramente la progressiva conquista dei gangli dell’amministrazione pubblica, da parte del maggior sponsor di questa forma societaria, può essere una spiegazione.

I detrattori diranno certamente che quest’ultima è una subdola spiegazione faziosa essendo il sottoscritto dichiaratamente un sostenitore della politica liberale (non liberista) e quindi acerrimo nemico della sinistra.

Niente di più falso essendo, come molti, un profugo della sinistra i cui principi non sono più rappresentati dai partiti che se ne arrogano la potestà. Anche in questo caso la stessa domanda: come mai si è potuto  arrivare a ciò? Essendo un sostenitore del “concetto sistemico”, le due cose le vedo collegate.

Rampini, lo storico giornalista comunista (da lui stesso dichiarato) in un altrettanto storico sfogo nella trasmissione Piazza Pulita in “La 7” con il governatore della Emilia Romagna Bonaccini, accusa il PD di essere un “establisment”, una macchina di potere.

Io stesso sono stato vice presidente di una cooperativa bolognese negli anni ‘80 e ho frequentato le riunioni nelle “Torri” in via Aldo Moro (sede della Lega delle Cooperative) e già allora sentivo il disagio della cinica opulenza dei difensori (a cui io stesso appartenevo) del proletariato il che, quindi, mi assolve da eventuali accuse tendenti a relegarmi a un ruolo “contro” la sinistra a tutti i costi; come non lo si può addebitare certamente a un Rampini e tanti altri che sono fuggiti da un partito che non li rappresenta più. Menzionavo, nella prefazione della nascita delle coop, un sindaco storico della mia città, Bologna appunto, impossibile da non amare.

Dozza aveva ben chiaro il concetto dell’uso del potere per tutti e non solo tesserati o appartenenti a lobbies e tanto meno per speculazioni o utilizzo di vie “preferenziali”. Chiunque abbia un minimo a cuore la democrazia, quella vera, non può che auspicare che in un prossimo futuro, dalle ceneri della degenerazione di un partito, possa rinascere una vera opposizione di sinistra, garanzia dell’alternanza democratica e del controllo del sistema che altrimenti rischia di diventare monopolista facendo da specchio a quello che è stata fino ad ora l’ amministrazione pubblica e la sua burocrazia.

La risposta di Bonaccini, probabile prossimo futuro Segretario Nazionale del PD non può e non doveva essere ”Non ho proprio tempo da perdere a battibeccare. Per accuse così indegne ci si confronta solo nelle sedi opportune.”; come non può essere prioritario per il Segretario Nazionale Letta, di un PD sommerso dagli scandali e da problemi identitari, il cambio del nome del partito.

Ecco il fattore comune che unisce la crisi etica delle cooperative e del suo sponsor politico: la crisi identitaria. Quando non rappresenti più chi ti ha eletto, si è associato o ti ha creduto, la fine arriva ed è inesorabile. Lo Stato con le sue Istituzioni deve essere garante dell’applicazione della legge, certo. I suoi bracci, Guardia di Finanza e Polizie varie, devono tenere gli occhi aperti, tutti e due, certo.

Ma se dalla politica stessa non cambia l’approccio, non scatta l’autocritica e il continuo monitoraggio sulla coerenza e l’etica, non basteranno dieci eserciti di poliziotti a garantire il buon funzionamento della Res Pubblica e ciò che è stato costruito per il benessere sociale e delle minoranze, soprattutto economiche, diventa facilmente strumento demagogico e truffaldino.

Non basteranno dichiarazioni snob o accuse di “becera propaganda” per zittire ciò che è ormai sotto gli occhi di tutti e screditare chi lo dice, anziché dimostrare che non è vero, non servirà a nulla.

Il 2023 ha una eredità di un recente passato pesante che ancora tende a infettare il nuovo anno ma è imperativo che dovremo impegnarci tutti per l’inversione della tendenza che ci ha portato a perdere di vista la nostra identità che è sinonimo della dignità che rende liberi i popoli.

Dobbiamo tenere presente che questi Principi sono valori universali trasversali la cui sopravvivenza dipende da tutti noi e che non esistono fazioni che possano dividerci nella difesa di essi.

Massimo Gardelli – Sistema Paese- Economia Reale & Società Civile