La retromarcia governativa sulle promesse elettorali

A essere sinceri la retromarcia su alcuni istanze tradizionali e fondamentali della coalizione di Centro-destra (e di Giorgia Meloni in particolare che vi aveva costruito la sua opposizione al governo) era già stata innestata durante la campagna elettorale. 

Chi ricordava l’Europeismo “critico” e la considerazione, non proprio esaltante, che a destra si era sempre avuta dei “liberatori”, pomposamente dalla sinistra festeggiati il 25 aprile, era rimasto a dir poco sconcertato dalle manifestazioni sperticate di “atlantismo” e di “bellicismo senza se e senza ma”, espresse dalla giovane aspirante alla Presidenza del Consiglio ed avevano espresso il classico: “qui gatta ci cova!”.

Certo si trattava di una “retromarcia” senza veli e senza misteri che non ingannava gli elettori, pur deludendone alcuni. E ciò bastava a molti. Lo stesso non può dirsi della “retromarcia” innestata in materia di abuso delle intercettazioni e di applicazione della flat-tax.

Il sospetto che l’esaltazione dell’arresto di Messina Denaro sia stata eccessiva è stato immediatamente espresso dagli Italiani meno corrivi. Il boss mafioso era stato latitante per oltre trent’anni e non credo che fossero mancate decennali intercettazioni.

Il suo arresto, però, è avvenuto proprio quando l’ipotesi di un provvedimento governativo di “stretta sulle intercettazioni” stava per essere varato, per porre fine a una situazione dei cittadini per molti versi simile a quella dei Paesi dittatoriali. 

Una coincidenza che ha colpito molti spettatori del serial “Il nostro Generale” sulla vita e sulla morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, interpretato da Castellitto.

E fin qui siamo ancora nella fase di una “retromarcia” annunciata. 

Vediamo ora quella verificatasi in concreto. Si tratta della “flat-tax dei poveri”, strombazzata come una novità in un Paese che da decenni vive di peloso pauperismo, prima solo di sinistra e ora anche di destra.

La flat-tax dei poveri richiede, però, un discorso più lungo.

Quando, in Italia, cominciava a impensierire i politici “tradizionali” l’astro nascente di Silvio Berlusconi, uomo del mondo produttivo divenuto politicamente potente, gli Statunitensi non dovevano essere sufficientemente certi di poter contare su di lui per ciò che essi avevano pensato di realizzare in Europa per ampliare il loro mercato: un’Unione (gigantesca e abnorme) regolata dai trattati di Maastricht.

Berlusconi non aveva la personalità e il carisma di Bettino Craxi, ma aveva l’atteggiamento tipico dell’imprenditore milanese “che si è fatto da sé”: pretendeva di capire tutto di tutto. 

Ciò che certamente aveva capito era che Gran Bretagna e Stati Uniti d’America avevano ridato vigore e nuova efficienza al loro sistema economico con possibilità di investimenti maggiori mediante l’applicazione della flat-tax, secondo il suggerimento di Milton Friedman.  In quei due Paesi, erano parimenti aumentate e migliorate l’offerta di lavoro e la convenienza a produrre. Più dubbio era l’effetto della disincentivazione della evasione fiscale e quasi certa la riduzione della spesa pubblica; e ciò era  considerato un vero disastro dagli uomini politici più inclini alla corruzione.  Sicuro, invece, il richiamo di fondi off-shore.

Ciò che Berlusconi non aveva capito era che Gran Bretagna e Stati Uniti d’America non avrebbero mai consentito l’applicazione di quel sistema fiscale nelle “colonie” europee; e ciò per evitare le sollecitazioni di autonomia e d’indipendenza che sarebbero state favorite da un rilevante sviluppo economico.

In altre parole, il “Cavaliere” non si era reso conto che come il boom economico (il cosiddetto “miracolo italiano”) era stato frenato e arrestato dalla riforma Vanoni con le sue aliquote progressive motivate dalla necessità  di redistribuzione della ricchezza (anche se di entità sempre più ridotta) così quelle potenze egemoni, attraverso i consueti canali sotterranei, avrebbero imposto di  applicare una brutta copia della  flat-tax solo ai redditi bassi, del tutto inidonea a raggiungere l’obiettivo della crescita economica (chi risparmia sulle tasse avendo un reddito basso riesce a comprare qualche bene essenziale in più, ma non rilancia di certo la produzione, come possono fare solo i redditi alti).

Non avendolo capito, Berlusconi che ne aveva cominciato a parlare nel 1994 e lo aveva ripetuto in tutti i suoi successivi governi, si era esposto al ludibrio degli osservatori politici, sempre critici di fronte ad affermazioni ritenute pure “rodomontate”.

L’applicazione della flat-tax era stata una “mossa ritenuta vincente” dell’ultima campagna elettorale. C’è chi teme, però, che la sua sorellina (quella detta “dei poveri”) rimarrà sola e derelitta.

Luigi Mazzella