La destabilizzazione nel Terzo millennio italiano

Per tenere sottomessi i Paesi che non riescono e sono condannati dai fatti della vita a non essere egemoni (e, cioè, in Occidente tutti quelli diversi dagli Anglo-americani) non bastano le seguenti condizioni:

a) farli indebitare fino al collo con aiuti di carità (che un tempo si definiva “pelosa”) che tornano a vantaggio, non solo politicamente ma anche economicamente, degli elemosinieri;

b) impedire che crescano produttivamente con interventi fiscali che stimolino e aumentino gli investimenti (la flat-tax è stata “concessa” solo agli Americani, Reagan imperante e agli Inglesi ai tempi della Thatcher);

c) costringerli a subire misure di cosiddetta “austerity” e blocchi di bilancio pubblico del tutto incostituzionali per bloccare ogni crescita;

d) impedire che puntino a farsi autonome fonti di ricerca o di rifornimento in campo energetico;

in una parola non basta… tutto questo, perché in alcuni casi (e vi rientra quello dell’Italia) occorre “destabilizzarli” quale che sia il governo in carica.

Destabilizzazione è un termine ricorrente nel linguaggio politico e giornalistico e significa togiere stabilità per impedire ogni ripresa soprattutto economica, scuotere le fondamenta del potere politico al governo di uno Stato, mettere in crisi la “quiete” del sistema sociale, compiere attentati e altre azioni contro le istituzioni vigenti con finalità proclamate “eversive”.

Naturalmente, solo a menti specializzate nel settore del turbamento degli equilibri di un sistema politico ed economico-sociale è affidato il compito di individuare i fattori adeguati a produrre destabilizzazione. Il caso dell’Italia d’oggi può essere emblematico.

In primis, il “brigatismo nero” è fuori causa in un sistema dove sono presenti in posizioni di comando molti nostalgici del partito fascista.  Esso potrebbe costituire solo l’extrema ratio al fine di travolgere duramente un governo in carica non altrimenti distruttibile: una misura “disperata” del tutto inattuale allo stato delle cose, per il comportamento docile del governo Meloni. La buona volontà del suo Governo di favorire l’invio di armi al protetto statunitense Zelensky non sembra possa mettersi in dubbio. I viaggi della Presidente del Consiglio  in Algeria e in Libia se diretti a turare solo temporaneamente la falla del gas russo venuto a mancare possono anche essere tollerati dalle potenze che hanno annientato il regime di Gheddafi, per molto meno. Certo: in vista di un pericolo futuro di autonomia energetica i nostri fornitori abituali (tendenzialmente monopolisti) di energia adotterebbero certamente misure destabilizzanti adeguate.

Sarebbe del tutto fuori luogo anche il terrorismo rosso: la Sinistra ormai, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, del tutto prona agli input d’Oltreoceano e d’Oltremanica e priva di ogni altro sostegno mass mediatico e finanziario  costituisce il “ricambio” naturale e ottimale per chi sovrintende al nostro destino di Nazione.

Bruciarla con la rinascita di un “brigatismo rosso” equivarrebbe al gesto insano del marito che ha un rapporto non amorevole per i propri genitali.

Allora? Cosa resta per destabilizzare il “Bel Paese, in vista di necessità che, allo stato, sono ancora solo future?  La sua Storia di antica anarchia può venire in soccorso (dei vincitori, come diceva Ennio Flaiano).

Le parole di Malatesta sono ritornate di moda. La Federazione Anarchica Italiana ha tenuto e terrà convegni, anche se costosi (ve ne è stato uno nella Livorno rossa, per il fatto che qualche comunista che vorrebbe abolire tutte le patrie galere che ancora si può trovare sul “mercato”).

A motivare il ricorso agli “anarchici” oltre alle considerazioni di carattere generale che si sono esposte v’è una ragione ancora più pregnante.

Da ciò che si è capito, il primo “obiettivo” della neo-destabilizzazione sembra essere il Ministro della Giustizia,  Carlo Nordio, individuato come l’osso duro della “melassa” atlantista ed europeista a tutto tondo “preparata” dai post-fascisti, dai leghisti “frazionisti” (destabilizzatori nella trincea di seconda linea) e dai berlusconiani “a tutto chiamati e a nulla eletti”. Costringere Meloni a fare a meno del contributo del suo Ministro della Giustizia potrebbe essere il primo “pizzino” per preavvertire della rottura di un duraturo idillio. 

Luigi Mazzella