Difendiamo la nostra tradizione, cultura e identità

Qualche anno fa Bari Vecchia era vecchia veramente. A quelli che non fossero barivecchiani era sconsigliato andarvi nelle ore serali e nessuno si avventurava ad aprirvi un ristorante o un negozio. Resistevano le botteghe che stavano lì da anni ed erano in attesa che i gestori invecchiassero e si arrendessero all’avanzare dell’età. I baresi di Bari Nuova guardavano con sufficienza quell’area centralissima ma degradata che nessuno considerava. Poi molte cose cambiarono: si pensò di migliorare i servizi che non erano stati realizzati come era stato fatto nel resto della città (fogna, acqua, luce,ecc. ecc.) lasciando inalterato tutto il resto; fu una rivoluzione che doveva trasformare Bari Vecchia e renderla più simile alle altre città recenti. Ma le venditrici di sgagliozze e orecchiette resistevano contro tutto e tutti. Anche gli arrostitori di ghimirid non si arrendevano alla modernità che avanzava. Molti degli abitanti e botteghe non se ne andarono.

Così la modernizzazione di Bari Vecchia si trasformò in valorizzazione della sua identità fino al punto da divenire palcoscenico di vari film di enorme successo e meta turistica ricercatissima. Mai si sarebbe pensato prima a una cosa del genere. Oggi l’orgoglio dei baresi sta proprio in quella parte della città che nonostante gli arrembaggi di architetti e nuovi residenti provenienti da Bari Nuova (che hanno “restaurato” cioè semi distrutto il patrimonio edilizio ereditato dai secoli passati) ancora conserva la sua indelebile e inconfondibile identità. Che si chiama nel nuovo linguaggio “bellezza”. È veramente difficile oggi immaginare o anche ricordare come erano quelle stradine e come erano disprezzate le persone che provenivano da quella parte della città. Parte della città e persone che oggi lasciano incantati i turisti di tutto il mondo che mai pensavano che potesse esistere in pieno Mediterraneo una popolazione che non si sia fatta lusingare dalle comodità della tecnologia e dei “valori” di oggi. A ben guardare, tale fenomeno non si è esaurito affatto; infatti Bari Nuova è oggetto dello stesso disprezzo che si nutriva per Bari Vecchia e quindi sta accadendo la stessa cosa: da decenni si demoliscono i vecchi palazzi del centro murattiano costruiti con il sudore della fronte e a mano, per costruirvi mostri di cemento armato che a decine si edificano anche in periferia; non solo! i negozi che hanno fatto la fortuna di alcune famiglie baresi (fino al punto di edificare il maggior Politeama privato del Mediterraneo con i proventi di un negozio di stoffe) stanno sparendo distrutti dalla forza delle multinazionali. Le code che si facevano in prossimità del Natale davanti ai negozi dei commercianti baresi, adesso si fanno per entrare nelle rivendite delle griffes nazionali o internazionali. Il commercio barese arretra vistosamente e perde smalto: i giovani figli di commercianti non seguono il padre e fanno altro magari cercando un comodo posto pubblico.

La piccola impresa non solo vede assottigliarsi i proventi ma è esplicitamente additata al pubblico ludibrio perché per definizione non rispetta i dettami fiscali ed è additata come evasore da ancor prima di aprire i battenti. Non vogliamo aprire questa penosa pagina fiscale che altro non è che la dimostrazione della ignoranza della nostra classe di politicanti e sedicenti “economisti” al loro servizio, ma la città tende ad assomigliare sempre più a quelle nordeuropee perdendo la propria connotazione commerciale e la propria identità per divenire una propaggine dell’economia mondializzata. Dove c’era un negozietto di scarpe gestito da un decano del commercio barese a due passi da San Ferdinando adesso c’è una rappresentanza di una società telefonica. Quel vecchietto che ha resistito contro tutte le evidenze -con l’aiuto della figlia- e con una dignità ed eleganza ormai sconosciuta al commercio odierno sapeva di ogni scarpa ogni dettaglio e scegliere una scarpa da lui significava imparare a conoscere un mondo fantastico di lavoro e competenza. Si vendeva cultura e identità.

Oggi per comprare una scarpa devo rivolgermi ad un super negozio la cui commessa non ha la benchè minima idea di quello che vende; e quindi anche il malcapitato che si dovesse avventurare in quel super store non saprà mai cosa ha acquistato e se sbaglierà ne avrà l’intera responsabilità e dovrà comprare un’altra scarpa. Cioè in questi super store si vende ignoranza! Siamo alla brutalizzazione del commercio e dell’ economia e quindi il commerciante barese non serve più (così pensano i mondialisti!). Come hanno fatto i barivecchiani che hanno resistito per generazioni alle ingiurie della modernità anche alcuni commercianti baresi si sono spostati nelle vie più secondarie per attendere che il vento cambi e le grandi società multinazionali cedano sotto il peso della loro profonda ignoranza.  Ormai lo scontro non è più tra destra e sinistra, tra vecchio e nuovo, tra ricco e povero ma tra la turbo economia dal soldo facile efficientista e mondialista che tratta tutti allo stesso modo e non ha alcuna considerazione per la singola persona (e la sua cultura) e l’economia reale quella per la quale chi ti vende un bicchiere di vino in una enoteca sa di offrirti un pezzo di cultura e di territorio con i suoi pregi ed eccellenze e difetti o limiti. Chi è figlio di una cultura e storia millenaria sa che le invasioni come le mode sono venute e sono passate a decine e decine… passerà anche questo mondialismo spersonalizzante.
E questa volta farà il botto.

Nicola Sciacovelli