L’educazione sentimentale e i giovani d’oggi

Chi è Frederic Moreau?  È il protagonista del romanzo giovanile di Gustave Flaubert “L’educazione sentimentale”. Il libro segue le vicissitudini amorose e sociali del giovane uomo, dai diciotto anni fino alla sconfitta personale che sarà costretto ad ammettere in età ormai matura.

Gli anni centrali del XIX secolo, in cui Flaubert ha vissuto, fanno da sfondo alle vicende del romanzo, e sono dall’autore profondamente sofferti, al limite del disprezzo, a causa della profonda impronta piccolo-borghese che li caratterizzava, al di là dei tumulti rivoluzionari (1848). Flaubert, in conformità con una letteratura realista, vuole raccontare questo periodo attraverso una descrizione fredda e distaccata. Non una narrazione fondata sull’emozione soggettiva dell’autore, ma un’obiettività grazie alla quale il conformismo sociale che Flaubert denuncia traspare con ancora maggiore incisività. L’educazione sentimentale a cui va incontro Frédéric Moreau dal suo primo incontro con Marie è crudele e lastricata di disillusioni. La realtà di un amore irrealizzabile in una società fondata sui ruoli sociali e sugli scambi brucia le aspettative che Frédéric nutre, lo fa sprofondare nell’inerzia, nell’incapacità di realizzarsi. Frédéric si iscrive a giurisprudenza, poi a lettere, infine prova a darsi alla pittura, ma anche quello è un fallimento: non gli resta che cercare di affaccendarsi per restare a galla. Per colpa dell’amore senza sbocco con Marie, Frédéric non riesce a trovare un posto nella società che gli sia congeniale. (Turetta?)

Possiamo quindi riscontrare nell’Educazione sentimentale i tratti di una storia che affonda le sue radici in un complesso affresco storico. La cronaca della rovina esistenziale di Frédéric, ma anche la rovina di un’intera generazione, infiammata dagli afflati dei moti del 1848 e poi miseramente ripiegata su se stessa al momento della sconfitta di ogni ideale.  Non ritenete ci siano delle analogie con il passato recente che sfocia nel presente? I “moti” del 1968, avevano ideali di libertà, ma la loro azione era incentrata sulla liberazione da ogni forma di Patriarcato. Era in atto un conflitto padre/figlio che ha portato paradossalmente al rovesciamento del ’68 in ’89. In nome del capitalismo si è abbattuto il comunismo. E ci si è alienati ad un aspetto nuovo, che ingloba insieme i tratti del capitalismo e del progressismo. Ovvero la tecnologia. A farne le spese, con le loro fragilità sono quelli che dovrebbero ritenersi i più vincenti ed affamati della società attuale. I giovani, che di fatto vivono i propri contesti, in un mare di fragilità. Il guaio è che, stando ai numerosi studi su quella che a vario titolo viene chiamata «generazione app», «I-Gen», o più comunemente «nativi digitali», lo specchio dei social network ci restituisce un’immagine che corrisponde alla realtà «virtuale», ma che è ben distante, se non contrapposta, rispetto alla realtà reale. Sì, perché nei fatti «questa generazione è sull’orlo della più grave emergenza di salute psicologica giovanile da decenni», come afferma in maniera perentoria e documentata la psicologa americana Jean M. Twenge nel suo libro Iperconnessi. Se nel virtuale vediamo giovani sorridenti, «smorfiosi» e colmi di irrefrenabile e costante felicità, nel quotidiano dobbiamo prendere atto di una generazione di persone sempre più sole, spaventate e depresse. Si tratta di un paradosso drammatico: la generazione in possesso dei più potenti e incredibili mezzi per entrare in contatto con gli altri, si rivela come quella più incapace di allacciare relazioni profonde e appaganti.  

Ragazzi e ragazze con lo sguardo costantemente incollato a degli schermi piatti e ipnotizzanti, «iper-connessi» ma in realtà frammentati e ingabbiati all’interno delle proprie solitudini comunicanti. Si vuole precisare che tali considerazioni non si basano su una semplice osservazione, che ognuno di noi può peraltro svolgere anche solo osservando i ragazzi di oggi (spesso seduti a un tavolino per svariati minuti, senza mai parlarsi né alzare lo sguardo dallo schermo del proprio smartphone). Piuttosto sono dati che emergono dagli studi scientifici di celebri e affermati psicologi, pedagogisti e studiosi a vario titolo della dimensione digitale. “Appaio, mi vedono, quindi sono” si può dire che è la trasposizione moderna del pensiero cartesiano. Con questo mantra i giovani attuali comunicano. E se spesso si sottolinea come il numero delle parole del linguaggio sia drasticamente diminuito, non si spiega mai approfonditamente perché ciò è avvenuto. La ragione è tutta in quell’aforisma di inizio capoverso. Oggi il migliore elemento di comunicazione tra giovani è il sesso. Ci sarebbe da chiederlo ad una fascia di età compresa tra i 21 ed i 29 anni.  Come potrebbe l’educazione sentimentale propinata nelle scuole, provare a riconnettere i giovani ai loro più intimi sentimenti? 

Il virtuale è diventato ormai reale. Ma se il sesso è inteso strumento di comunicazione, il sentimento fa parte della sfera prettamente personale. I sentimenti si formano sulla base delle esperienze vissute, e le prime esperienze di vita si fanno inevitabilmente in un contesto familiare, da cui deriva l’imprinting di vita. 

Se si utilizza un fatto di cronaca scaturito da una comunicazione patologica, con un eccesso di comunicazione mediatica, significa che anche i moti del ’68, che rivivono oggi una effervescenza di tipo femminista, si sono ripiegati su se stessi. Esattamente come più di un secolo fa, nella “Educazione Sentimentale” di Flaubert.   

Giuseppe Romito