La Memoria delle bambole della salvezza

Recentemente ho avuto modo di visitare il Jewish Museum di Milwaukee, negli Stati Uniti, dove sono venuto a conoscenza di una storia che non sapevo.

Filo spinato, una garitta con un soldato tedesco che imbraccia un mitra, un cancello sormontato dalla sinistra scritta “Arbeit Macht Frei” dietro al quale si ammassano persone in pigiama a righe, con volti straziati, alcune a terra come se anticipassero la morte, che guardano prive di speranza al di là del cancello, alla ricerca di un miraggio di libertà; volti che sanno che mai passeranno oltre quel filo spinato. Questa la scena rappresenta in una sorta di tragico diorama che mi ha colpito. L’autrice, un’ex prigioniera dei campi, Magda Watts, con quest’opera ha voluto rappresentare l’esperienza della sua famiglia ad Auschwitz.

Magda, nata il 18 marzo 1929, aveva quindici anni quando fu deportata ad Auschwitz. Da lì, nel tardo autunno del 1944, fu traferita a Norimberga per i lavori forzati, dove circa 500 donne lavoravano in condizioni disumane per una fabbrica. Mentre era malata e ristretta nella stanza degli ammalati del campo di lavoro, si costruì una bambolina con gli stracci. Questa bambola si rivela la chiave della sua sopravvivenza quando una donna tedesca addetta alla distribuzione dei pasti la scopre: «Quando la donna tedesca è venuta a distribuire la zuppa, le ho detto: “Dammi un’altra porzione per il mio bambino!” Ha risposto “Mostramelo!”. Da quel momento, ogni giorno mi diceva: “Ti darò più cibo, ma tu costruiscimi una bambola!”». Le guardie iniziano a fornirle bellissimi materiali per creare bambole, pagandola in cibo extra, che Magda condivideva con sua sorella e un’amica. Grazie a questo sono riuscite a sopravvivere tutte e tre.

Nel febbraio del 1945 gran parte di Norimberga fu bombardata, insieme alla fabbrica dove lavorava. A marzo le prigioniere furono trasportate nel campo di lavoro di Holýšov, dove restarono fine alla liberazione.

Dopo la guerra, Magda emigrò in Israele. Non ha fatto bambole per molti anni, fino a una visita al suo villaggio in Ungheria, avvenuta nel 1983, circostanza che l’ha costretta a rivivere scene della sua infanzia. Come risultato dei ricordi, cadde in depressione. Il suo equilibrio mentale, come quarant’anni prima, fu di nuovo salvato dalla sua creatività e dalla fantasia: ricominciò a costruire bambole senza alcun piano. Queste bambole sono quelle che l’hanno riportata in vita, i suoi bimbi, che Magda chiama affettuosamente “il mio piccolo popolo”.

“Mai più” non deve rimanere un semplice slogan, ma costituire un imperativo morale.

Ciro Troiano