“Killers of the flower moon”. Il film. L’amara verità

Martin Scorsese è regista, produttore, sceneggiatore e attore cinematografico statunitense, esponente autorevole e riverito della New Hollywood.

Il regista ha la cittadinanza italiana, da lui richiesta in omaggio ai nonni, sia paterni sia materni, di origine siciliana: è considerato unanimemente uno degli autori più significativi e importanti della storia del cinema mondiale.

Ritenuto dalla critica “una delle sue migliori creazioni” il film “Killers of the flower moon” racconta del triste destino degli Osage, popolo indigeno, buono e generoso, della vasta pianura americana che ha dovuto subire sulla propria pelle gli effetti malvagi dell’avidità e della cattiveria dei nuovi “arrivati” dalla “sedicente civile” Europa. E ciò attraverso il varco aperto da Cristoforo Colombo, vera origine dei loro (e non solo loro) mali. Gli Osage potevano essere un popolo ricco perché favorito dalla fortuna: la loro terra era piena di giacimenti petroliferi ma la ricchezza di cui avevano potuto inizialmente godere si era trasformata in breve nella loro peggiore disgrazia: erano divenuti preda dei più incalliti criminali bianchi, desiderosi delle loro ricchezze e privi di scrupoli per impossessarsene con ogni mezzo.

Erano state messe in atto manipolazioni perfide, azioni di crudeltà spietata, omicidi frequenti e impuniti, raggiunti anche attraverso trattamenti medici fintamente terapeutici.

Ad aiutare i bianchi (i due protagonisti dei maggiori misfatti, Ernest Burkhart e William Hale, sono i personaggi interpretati da Leonardo di Caprio e Robert De Niro) nella spoliazione degli indigeni soccorre l’uso spregiudicato del diritto successorio (il precedente letterario è il latinorum di Alessandro Manzoni), delle polizze di assicurazione sulla vita piegate agli usi più spregiudicati e imprevedibili e altri artifizi cosiddetti “legali” offerti dalla “superiore” civiltà europea.

Scorsese, nel narrarci la triste storia degli Osage non usa mezzi termini né lascia dubbi o interrogativi nello spettatore: la sua chiave narrativa è la chiarezza, la sincerità piena nei confronti degli spettatori.

Gli “americani” bianchi sono descritti, senza infingimenti, come farabutti, truffatori, assassini impietosi; i nativi, pur vittime dell’avidità smisurata dei “conquistatori”, hanno l’ingenuità di tutti i “popoli-bue” del Pianeta di “credere” nelle verità ufficiali, nella levigatezza artificiosa delle apparenze, nel “fascino” dei modi esteriori anziché “pensare e ragionare” sulle finalità recondite di chi detiene le leve del potere.

Considerazione e domanda finale sui due film: Perché l’uno o l’altro dei due registi non si propone di fare un film sulla storia taroccata del nostro Risorgimento, mostrando finalmente al popolo-bue italiano (che comprende, in misura rilevante, fior di letterati, intellettuali o presunti tali) il vero volto dei nostri eroi nazionali e dei loro intrighi con Stati esteri per fare dell’Italia unita fin dalla nascita un Paese servile?

Luigi Mazzella