Elogio della lentezza

Mio nonno, nonostante l’età, non aveva smesso di guidare a settantacinque anni suonati: aveva una R4 blu (quella con il cambio orizzontale alla plancia) e si muoveva con una notevole cautela. E’ l’unica persona che io abbia mai conosciuto ad essere stato multato per “eccesso di lentezza”.

Mio nonno era nato negli anni ’20 del novecento ed aveva attraversato da ragazzo il periodo fascista, divenendo rapidamente uomo, nei primi anni di guerra; esperto di radio e telecomunicazioni, dopo la guerra aprì un negozio di elettrodomestici. Essendo stato uno dei primi a maneggiare valvole e transistor – aveva, perciò, una visione modernista e progressista del lavoro – non si spaventava delle nuove invenzioni e delle novità che arrivavano velocemente nelle loro case del “boom economico” (da qui la definizione di boomer per i nati negli anni 50/60 e baby boomer per quelli degli anni 40/50).

Nonostante ciò, aveva mantenuto un rapporto equilibrato con la velocità, in tutte le sue diversificazioni ed applicazioni: dalle auto al lavoro, cercando di aver rispetto del “tempo” vissuto.

Mio nonno non c’è più da diversi anni e credo che si sarebbe meravigliato e stupito dei limiti superati dalla nostra società, sia in campo scientifico che tecnologico: strumenti sempre più sofisticati e complessi per modificare l’esecuzione del lavoro, per conquistare lo Spazio, per modificare l’agricoltura, per produrre i cibi e le bevande (anche artificiali).

L’uomo di soli pochi decenni fa avrebbe difficoltà ad adattarsi ad una società sempre più rapida, veloce, rarefatta nei tempi: tutto scorre molto (troppo) velocente, il “panta rei” avrebbe innanzi a sé un torrente impetuoso e non un placido fiume. Questa velocità non si traduce in un beneficio per gli uomini, non abbiamo guadagnato tempo per noi stessi, per fermarci a guardare le nuvole o ascoltare la pioggia che batte sui vetri, ma ha solo aumentato i tempi di produttività: quel sogno di lavorare meno (e, forse, tutti) per avere più tempo per “vivere” si è dimostrato – appunto – un sogno.

La vita è divenuta frenetica, non ci si riesce quasi più a fermare per parlare, abbiamo dimenticato la capacità di ascoltare ed ascoltarci: nel migliore dei casi sentiamo gli altri, quelli che spesso si parlano addosso, quelli parlanti in un quadro al plasma multiplex, quelli che vomitano le proprie frustrazioni sui social, quelli che sanno tutto senza sapere nulla.

Si corre per strada, si corre al lavoro, si mangia velocemente il brunch, si fa l’apericena, ma non si gusta il tempo di sorseggiare il caffè, sentirne l’aroma o semplicemente affacciarsi al balcone per farsi abbagliare dal sole al tramonto.

Non riusciamo più a cogliere l’attimo, ma lo stupriamo guardando il cellulare mentre siamo con gli amici o al tavolo con una persona che ci interesserebbe, se solo avessimo la forza di resistere alla sindrome da prestazione: fare troppo e tutto contemporaneamente (e male). Siamo stressati e ci piangiamo addosso lo stress, che ci creiamo noi stessi per non avere il coraggio di frenare e, così, franiamo.

Forse mio nonno non sarebbe riuscito a tenere questi ritmi inumani e avrebbe provato a spiegarmi che la vita può passare più o meno velocemente a secondo dei tempi che noi stessi ci diamo, alla voglia che abbiamo di capire ciò che attraversiamo durante il nostro passaggio su questa Terra, alla caducità delle cose e l’importanza di spendere il tempo nelle cose che ci fanno piacere e con le persone che ci  fanno stare bene. Dopotutto il nostro esserci è dato non dalla presenza fisica, ma dalla costanza nel volerci rapportare con i pensieri ed i desideri, nel perseguire il piacere delle sensazioni positive, nel poter assaporare i secondi ed i minuti di pura intesità del bello.

E – allora – vaffa al pensiero negativo che spesso ci circonda, ai negatori seriali, agli invidiosi professionali, ai codardi vestiti di spregiudicatezza, ai predicatori di pace che spargono bile.

                                                                                                                                        Rocco Suma