Melfi e la Fiat

Quando nel ’91 cominciava a vociferarsi che la Fiat stava per insediarsi nella zona di Melfi rappresentammo la inopportunità di tale scelta specie in considerazione delle onerose assistenze pretese da questi sedicenti imprenditori, nonchè dei danni ambientali e paesaggistici che quell’investimento avrebbe comportato. La nostra stampa, si sa, viaggia da sempre sulla carrozza del vincente e quindi si guardò bene dal pubblicare la nostra riflessione; così l’impianto fu inaugurato come previsto all’inizio del 1994. Da allora molti milioni di veicoli sono stati prodotti e la Fiat si è arricchita grazie ai nostri conterranei lavoratori di quell’impianto (peraltro trattati peggio che non in altre parti d’Italia).

Quell’impianto era modernissimo e cioè pensato per dare la minima occupazione al territorio ove è sorto. Quindi è stato molto redditizio e ha dato relativamente poca ricchezza alla popolazione del luogo.

Quegli addetti sono stati sottratti alle occupazioni tradizionali e hanno perso le competenze che avevano. Infine va ricordato che il sito fu scelto per la posizione geografica e logistica ma anche ed essenzialmente per l’indole mite della popolazione che prometteva meno vertenze di quanto non accadeva altrove. Come effettivamente è stato. 

Forse a quell’epoca serviva costruire infrastrutture al sud al posto di regalare soldi ai nordici ricchi ma i meridionali non solo non si opposero a questo evidente scempio economico, ambientale e culturale ma sperarono di aver trovato l’Eldorado. Che però non è arrivato e Melfi oggi è esattamente quella di sempre.   Adesso serve rifare gli impianti per produrre l’auto elettrica. Vogliono che questi impianti vengano come già avvenuto nel passato pagati dal contribuente. Ma la fabbrica non è del contribuente. Per ottenere questo risultato si minaccia la chiusura e il licenziamento degli addetti. Il sindacato si scatena nel sostenere l’idea oggettivamente bislacca per la quale lo stato deve erogare altri soldi del contribuente ai ricconi del Nord che nel frattempo sono divenuti stranieri; cioè pagano le tasse e risiedono altrove. Perché dovremmo intenerirci per le esigenze e necessità -peraltro finte- di un’impresa estera è un mistero. Perché dovremmo premiare questo insano sodalizio tra sindacato (che evidentemente non rappresenta i lavoratori) e Grande capitale non si capisce. Perché dovremmo sottrarre risorse al bilancio pubblico che dovrebbe sostenere ospedali e scuole, università e strade per arricchire i ricchi è inspiegabile. 

Inoltre è sempre più chiaro che l’auto elettrica è una bufalata pazzesca da ogni punto di vista e se la Stellantis ci crede dovrà essere lei a mettere i soldi che peraltro ha in gran copia. Pretendere che investimenti così scriteriati o comunque rischiosi siano sostenuti dal contribuente magari anche estorti con la minaccia è un comportamento che conferma la pericolosità di queste organizzazioni economiche evidentemente “troppo grandi per esistere” senza minare la democraticità di uno stato. E se il ricatto posto in essere da Stellantis dimostra oltre ogni dubbio che essa è ‘troppo grande per esistere “anche il sindacato che la sostiene è “troppo grande per esistere”.

La questione è di fondamentale importanza sulla strada della credibilità delle istituzioni non solo italiane. Si deve creare un precedente chiarissimo per il quale come si disse alla fondazione dell’Europa non ci devono essere aiuti pubblici mai (chi non ricorda i danni enormi prodotti alla Banca Popolare di Bari per questo? Aiuti pubblici poi rivelatisi inesistenti?). I signorotti locali come anche gli estensori della legge istitutiva delle Zes devono capire che la stagione degli aiuti deve finire: non si può ridurre i servizi minimi essenziali specie al sud per foraggiare i miliardari che sottraggono manodopera qualificata alle nostre imprese. Se ritengono profittevole il loro business se lo paghino come fanno tutti i piccoli imprenditori del mondo. 

Se l’investimento nell’auto elettrica presto o tardi produrrà profitto, e noi glielo auguriamo, ne beneficerà la Stellantis. Dare importanti somme a una multinazionale che paga le sue tasse in quantità modesta e all’estero è uno schiaffo specie al Sud. 

Come andrà a finire? Il governo dirà no, la Francia sarà coinvolta e insisterà per avere i soldi e sarà molto probabile che il nostro governo dovrà capitolare…e si confermerà ancora una volta che il nostro nemico dai modi discutibili che non disdegna una guerretta ogni tanto, è nordico e spesso parla francese o inglese. Mentre quelli buoni, che lavorano, creano valore, pagano le tasse esorbitanti, con mitezza e dolcezza, in una parola: quelli civili, siamo noi.

Canio Trione