Per il successo, per una manciata di like

La ricerca spasmodica del contenuto virale. L’ossessione del consenso. La società della performance in cui tutto è lavoro. Tutto è potenzialmente un prodotto da mettere il commercio. Scavalcando l’etica e la deontologia.

Cambiano i media. Ma la storia si ripete.

Già nel 1983 David Croneberg nel suo Videodrome racconta in modo cruento le conseguenze dell’invasione della televisione nella vita quotidiana. E prima di lui fu George Orwell ben 30 anni prima ad immaginare nel 1984 un mondo in cui attraverso l’uso di speciali teleschermi la vita delle persone veniva controllata e manipolata da un essere supremo: il Grande Fratello.

La ricerca a tutti i costi di trovare il contenuto o il programma che funziona.

Che sia la morte o la tortura, o la diffusione del video di una mamma che lascia il suo bambino in un ospedale, nulla importa. Contano le visualizzazioni. Allo stesso modo in cui per Max Renn, protagonista del film di Croneberg, conta l’audience. Essere disposti a tutto per avere successo.

Lo schermo, l’elemento comune.

“Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto”.Così Orwell denunciava l’occhio onnipresente e manipolatorio del Grande Fratello.

E ancora, viene ricordato in Videodrome che non importa come sia condotta la vita terrena, reale. Perché la percezione della realtà è essa stessa realtà e l’immagine in video conta più di quella in carne e ossa. Ed ecco che reale e virtuale già 40 anni fa vedono fondersi l’un l’altro.

Sfere che sconfinato l’una nell’altra i cui confini sono così flebili da confondere persino chi vi è dentro.

Ritrovare il consenso e l’approvazione per sé stessi. E da qui ripartire per generare valore personale per quel tutto che “è più della somma delle singole parti”.

Lucia Ricchitelli