Intelligenti o intelligenti artificiali?

L’Uomo, da sempre, si è industriato a scoprire come funziona la Natura e a capire l’ambiente della sua vita. E’ una sua innata curiosità: conoscere per, poi, inventare metodi, tecniche e strumenti che gli facilitassero la vita. Da qui nasce “il progresso che è un viaggiare interminabile” verso una sempre maggiore qualità della vita.

L’Umanità ha attraversato, in sequenza e alternativamente, periodi oscuri e periodi illuminati. Questi ultimi sono sempre stati “esplosioni di innovazione”, che hanno segnato la nascita e il consolidamento di culture e di civiltà, in tutto il mondo.

Queste esplosioni sono figlie di straordinari risvegli del pensiero critico e del conseguente fiorire delle arti umane, fra cui primeggia quella della “conoscenza scientifica della Natura”, subito seguita dalla “applicazione pratica” che siamo soliti definire “tecnologia”.

Il termine è, qui, qui usato in senso lato. Ad esempio, è tecnologia la scoperta del fuoco, è tecnologia la ruota, è tecnologia la meccanica, è tecnologia l’agricoltura, è tecnologia la scrittura, è tecnologia l’ordinamento (organizzazione) di uno Stato, è tecnologia un edificio, la strada, la logistica etc: il prodotto della mente umana, quando realizzato, è tecnologia.

Ricordiamo, qui, solo le ultime sorprendenti svolte che hanno segnato il viaggio dell’Uomo: la rivoluzione industriale e quella elettronico – digitale.

Quest’ultima sta producendo effetti stupefacenti fino ad arrivare alla produzione di computer sempre più perfezionati e performanti.

Dietro l’angolo fa capolino la “intelligenza artificiale” (IA), tanto propagandata e tanto temuta.

Ma cosa è questa “intelligenza artificiale”? Ne dobbiamo avere paura?

Prima di rispondere a questa difficile domanda, facciamo una brevissima premessa.

Un computer, di cui, ormai, è pieno il mondo, è un insieme di componenti elettronici di materia inanimata; ciascun componente assolve una funzione specifica ed è progettato per lavorare in maniera sincrona con tutti gli altri componenti, in modo che l’insieme svolga il lavoro voluto. Questo è l’hardware.

Ma come funziona un computer? Funziona con una successione di segnali elettrici inviati, in sequenza preordinata, ai componenti elettronici per accenderli o spegnerli, per attivarli o disattivarli. Questa sequenza si chiama “software” (SW) o “procedura” o “programma” o, per fare i modaioli, “app” da application (programma, in inglese). Il SW sarebbe l’intelligenza del computer ed è fatto di materia, inanimata e non intelligente.

Il computer, quindi, è una macchina, come una automobile.

La sequenza di segnali elettrici (software) è realizzata dal programmatore.

Quella macchina, come tutte le macchine, “fa solo quello che gli ha detto di fare il programmatore” che non è Dio: non può dare vita al computer.

Il computer interagisce con l’ambiente esterno, in tanti modi, come quello di scambiare calore.

Ma, quello che ci interessa è la interazione relativa alla sua funzione.

Il computer acquisisce dati (input) dall’ambiente esterno, in forma di simboli (odori, sapori, suoni, immagini, temperatura etc).  

Quindi, entrano simboli, si elaborano simboli, si producono simboli (output).

Già oggi i computer sono pericolosi perché se la procedura è affetta da errore (bug) o se il programmatore è pazzo, si può verificare, ad esempio, che la nostra automobile cessi di funzionare perché il software della centralina è andato in tilt o che il computer cominci a sparare all’impazzata se rileva un organismo animato nei dintorni che simboleggia come minaccia.

Torniamo, ora, alla domanda principale: cosa è la “intelligenza artificiale”? Ebbene è un software ma un software più sofisticato. Purtroppo, quando il mondo è più sofisticato, ecco che abbondano i bug e hanno vita facile i pazzi.

Il pericolo e le minacce aumentano di gran lunga sia in termini numerici sia in termini di potere distruttivo.

Detto così, il problema appare essere non la “intelligenza artificiale” in sé ma la sua complessità. Infatti, la complessità è diversa dalla complicazione.

Un oggetto complicato è astruso, difficile da capire; un oggetto complesso è imprevedibile nelle sue reazioni quando viene stimolato.  Ecco il pericolo.

Con la IA, l’input non serve solo ad innescare una elaborazione per ottenere un output; serve anche perché il computer “impari”. Questa è una frase molto equivoca perché non è vero che il computer impara ma “immagazzina” l’input (simboli) per arricchire la dimensione del sua memoria (Banca Dati).

L’SW può così elaborare su un insieme più vasto di simboli. Inoltre, il computer immagazzina anche l’output, perfezionando i metodi e quindi la procedura. Cioè, diventa sempre più efficiente e “documentato”; ma sempre procedurale.

Ad esempio, per produrre un nuovo articolo di giornale, si dà in pasto al computer una enorme mole di articoli già pubblicati (input). Lui li immagazzina e, seguendo il SW, estrae statisticamente il metodo redazionale. Immagazzina anche il metodo. Così, su richiesta dell’utente, usando il proprio deposito di simboli e di metodi, ecco il nuovo articolo, appena sfornato, pronto per la pubblicazione.

Si potrebbe concludere che è tempo per i giornalisti di andare a casa.

In verità, il problema della cancellazione di posti di lavoro riguarda solo il lavoro statico, standardizzato, “di procedura”.

Questo è proprio quello che è accaduto con la rivoluzione industriale: la sostituzione di lavori, sì faticosi, ma procedurali.

La domanda, però, è: può “l’intelligenza artificiale” diventare autonoma, indipendente, più intelligente; può soppiantare l’uomo?

Rispondiamo con la Teoria Scientifica QIP (Quantum Information-based Panpsychism di Giacomo Mauro D’Ariano, fisico teorico della Università di Pavia) e di Federico Faggin (fisico alla Intel, inventore del micro processore e della tecnologia MOS).

 La Fisica Quantistica ci dice, tramite il “principio di indeterminazione”, che non è possibile conoscere cosa ci sia là fuori fin quando non ci sia stata una osservazione. Anzi, là fuori non esiste nulla di simile al mondo come noi lo conosciamo. C’è solo la probabilità che qualcosa di noto apparirà solo quando osserviamo. Pensate ad un confine: “di là” c’è il mondo quantistico, uno scenario indeterminato e impossibile da conoscere, paragonabile al nulla; “di qua”, c’è il mondo classico, determinato, misurabile.

Nel mondo quantistico c’è solo una potenzialità indistinta; nel mondo classico ci sono le cose determinate che noi classifichiamo con simboli.

Per essere più precisi l’universo tutto è un insieme quantistico che contiene un sottoinsieme classico. Il computer esiste nel mondo classico, determinato e misurabile. Tutti gli oggetti in questo mondo classico sono determinati e misurabili.

Una sedia o una montagna sono simboli ma anche sapori, odori, suoni, immagini, calore, cioè tutto ciò che può essere misurato è un simbolo.  Questi simboli sono proprio gli input che può acquisire il nostro computer se dotato dei sensori tecnici adeguati.

Il computer acquisisce simboli, elabora simboli, produce simboli, qualunque sia il software di cui dispone: anche se di “intelligenza artificiale”.

Questi simboli sono “senza significato” per il computer, tutti uguali nella loro natura; tutti uguali per tutti i computer. Pertanto sono oggettivi.

Qui è la differenza fra IA e l’intelligenza umana. Infatti, quella umana, a differenza della artificiale è caratterizzata da identità, coscienza,  consapevolezza, creatività, emozioni, sentimenti, libero arbitrio … (che chiamiamo “Coscienza”, per brevità).

La Coscienza trasforma il simbolo in significato accendendo tutte le esperienze vitali, tutte diverse. Pertanto soggettive.

La Coscienza è individuale e unica: non potrà mai essere partorita da un mondo deterministico come la vita non potrà mai essere partorita dalla materia.

In sostanza, mentre la materia lavora sui simboli, senza significato, che sono solo fredde icone e oggettive, la Coscienza lavora sui simboli, con significato, che sono calde esperienze e soggettive.

L’esistenza del computer è procedurale, inanimata; quella dell’uomo è cosciente, vitale. Il computer, programmato per riconoscere una bottiglia, non capirà mai che una caraffa ha una funzione simile alla bottiglia.

L’uomo, con la sua Coscienza non avrà problemi.

Ma questa benedetta Coscienza, che distingue l’uomo dalla macchina, da dove emerge? Sembra proprio che l’ipotesi dominante è che emerga dal mondo quantistico, indeterminato e inconoscibile.

In questo mondo la tecnologia non può arrivare. Quindi, il computer è classico e irretito d un SW classico; l’uomo, invece, è sia classico che quantistico.

Come farebbe l’uomo a compendiare le due qualità? La QIP suggerisce la congettura di un ente quantistico che abbia la capacità di comunicare con il mondo classico. Lo chiama “seity” che, in inglese, significa “possedere individualità”.

L’intelligenza umana, che vive nel mondo classico, è connessa con l’ente seity che vive nel mondo quantistico. Niente a che vedere con l’IA che opera solo nel mondo classico.

Questa teoria scientifica sembra inutile perché la comunione fra materia e spirito è già stata postulata dalla religione.

Ma come teoria ha qualcosa in più: consente di stabilire cosa sia necessario fare dal punto di vista “politico” per governare i pericoli della IA già prospettati dai media: la sostituzione del genere umano con le macchine dotate di IA e la cancellazione dei posti di lavoro.

 Sono sufficienti tre presupposti:

•  Il ferreo controllo del SW di IA per individuare eventuali bug e intervenire tempestivamente nel sedare eventuali effetti inconsulti dovuti alla complessità.

•  Proibire che il SW di IA interferisca e irretisca la Coscienza.

•  Restituire Dignità al lavoro riducendo al minimo i fattori tipicamente procedurali che hanno l’obiettivo uniformare le attività e introdurre i computer: distribuire le responsabilità decisionali.

Nascono così tante nuove job description per un lavoro di qualità.

Guarda caso, il timbro è sempre lo stesso: la difesa della Libertà della Identità e il rispetto della Dignità.

Per concludere: intelligenti non intelligenti artificiali.

Antonio Vox