Fenomenologia del suicidio in ambito civile e militare

Al tema del suicidio ci si può approcciare con i più svariati punti di vista, sociologico, legale, medico, religioso, ma vi è anche un punto di vista analitico che riguarda l’anima della persona.

Non solo. Se per il Codice penale italiano il suicidio non rappresenta un delitto, viene infatti punita solo la sua istigazione descritta dall’articolo 580 del codice penale, per la religione cattolica non è proprio così.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica tratta del suicidio nel capitolo relativo al quinto comandamento “non uccidere”, agli articoli 2280 e 2281, ed evidenzia come non si è proprietari della vita concessaci da Dio ma si è solo amministratori della stessa e che, l’atto del suicidio è un’offesa all’amore del prossimo, anche perché andrebbe a spezzare con i cari “i legami di solidarietà con la società”.

Ma il suicidio va compreso o evitato? O nel comprenderlo si può forse evitare? È naturale rispondere che è meglio evitarlo, ma questo rappresenterebbe forse una scelta egoistica. Di chi è infatti la vita? A chi appartiene? E l’anima esiste? Se la si cerca con la scienza, e quindi concretamente, è difficile che si possa avere risposta a questa domanda, d’altronde la scienza appartiene al mondo terrestre, mentre l’anima rappresenta il soffio divino, conoscerla attraverso strumenti “terrestri” sarebbe un’impresa ardua.

La prevenzione resta dunque un interrogativo a cui gli psicologi devono dare risposte. E’ necessario prevenire il suicidio a tutti i costi, sempre e comunque, e posporre la morte o ci sono eccezioni e chi può stabilirle?

Se riteniamo che la vita appartenga alla persona stessa, allora può disfarsene come meglio crede. Però a parere di chi scrive, per i militari è diverso.

Un militare molto spesso “lo si riconosce da lontano”, dal suo inquadramento, dalle abitudini interiorizzate, dal rigore e dalla disciplina, nonché dalle regole a cui sottostà, dall’identificazione con esse che lo porta ad essere “militare”. Tutto questo potrebbe rappresentare uno spunto per l’indagine. Il senso di libertà, per certi versi è “gentilmente concesso” dall’Istituzione Militare. Ad esempio: “un permesso premio”; o il “poter uscire in franchigia con abiti borghesi”. Per godersi la libertà è necessario essere autorizzati.

Il militare in qualche modo si affida dunque all’Istituzione. È pronto ad eseguire gli ordini e ad agire.

In qualche modo non è a disposizione dell’Istituzione ma è l’istituzione che dispone di lui. Lui non può disporre del suo corpo, dunque è l’istituzione che ha il compito di provvedere al benessere dei suoi uomini.

Nel gergo tra i militari si usa spesso l’espressione: “non siamo pagati per pensare”, per quanto possa far sorridere questa frase agli appartenenti del mondo civile, resta un pensiero che va a sottolineare come sia evidenziato il modo di pensare, la credenza: c’è qualcuno che pensa per loro.

Al soldato si ordina di partire in guerra, non gli si chiede di esprimere opinioni, di cosa ne pensa della guerra e se gli va di partire per un teatro operativo. Dall’altra parte il fatto di non essere “pagati per pensare” denota che ci sia qualcuno “pagato per farlo”, e nel pensare, l’Istituzione Militare dovrebbe attuare tutte le risorse per proteggere i suoi uomini.

 Francesco Roselli (psicologo – sergente Marina militare)