Liberi di dissentire

Ovviamente come non indignarsi e non condannare l’orrore e l’efferatezza dell’attacco proditorio compiuto il 7 ottobre dello scorso anno dai miliziani di Hamas contro un migliaio di giovani israeliani che si stavano semplicemente divertendo?! E però nel contempo, come non indignarsi e non condannare anche la reazione ormai indubbiamente ed enormemente sproporzionata del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che con i suoi ripetuti bombardamenti contro l’inerme popolazione palestinese, in poco meno di cinque mesi ne ha già uccisi più di trentamila, di cui i tre quarti di questo mostruoso dato sono composti da donne e bambini?! E come si può venire tacciati da taluni giornali e da alcuni cosiddetti opinionisti, di antisionismo e/o di “filopalestinismo”, appena si citano quest’ultime drammatiche e mostruose cifre?! Come se necessariamente vi debba essere una qualche volontà di schieramento o di partigianeria per l’una o l’altra parte nel raccontare la realtà dei fatti.

La stessa accusa allora dovrebbe essere rivolta a coloro i quali ricordano soltanto il tragico 7 ottobre senza parlare delle trenta mila vittime di Gaza. Tale imparzialità di giudizio è richiesta inevitabilmente dalla linearità di pensiero, dal procedere mentale secondo la logica delle cose.

Lo stesso procedere mentale dovrebbe valere anche nel giudicare i comportamenti delle due parti in causa nella recente manifestazione di piazza a Pisa: manifestanti e forze dell’ordine. Se i primi sono pacifici ragazzi, in buona parte minorenni, e i secondi li manganellano con esagerata e forse divertita violenza (testimoni asseriscono che alcuni agenti di Polizia ridevano nel manganellarli) in quanto manifestanti solidali con il popolo palestinese massacrato da Bibi Netanyahu, nuovamente colpisce la sproporzione nell’uso della forza. Se affermare ciò comporta di venire collocati tra i filopalestinesi per colpa indiretta (la difesa dei manifestanti pro Palestina) e tra coloro che delegittimano le forze dell’ordine, anche se soltanto queste e non tutta la categoria ovviamente (l’importante è non generalizzare), allora credo che saremo in tanti ad essere tacciati, marchiati a fuoco per colpevole dissenso. Infatti, gli analisti dei flussi elettorali, relativamente alle elezioni regionali di domenica scorsa in Sardegna, hanno riscontrato che nella scelta della candidata vincente Alessandra Todde abbiano influito anche le immagini della violenza inaudita consumata sugli inermi manifestanti prima citati, ovviamente oltre al suo valore e al suo carisma personale, e, aggiungo, nonostante la candidatura di Renato Soru.    

Purtroppo la stessa “insensata logica” o, meglio (in quanto non ossimorico), distorto processo mentale fortemente fazioso viene usato nell’ambito del giudizio sull’attacco della Russia di Putin contro l’Ucraina di Zelens’kyj. È mai possibile che non si possa essere semplicemente dalla parte della pace, sia in Ucraina che a Gaza ovviamente, senza essere tacciati di faziosità “filoputinista” o “filopalestinista”?! Non si può semplicemente essere partigiani, semmai della pace o puramente dissenzienti nei confronti della cultura della violenza e della guerra quale soluzione delle controversie tra Nazioni? Poter condannare la violenza e l’atrocità belluina e istintiva della guerra – chiari segni quest’ultimi di disumanità e di sconfortante involuzione morale e spirituale – senza essere accusati di parzialità e/o aggrediti perché considerati inappellabilmente filorussi o filopalestinesi, è un chiaro segno di sana democrazia e di indefettibile salvaguardia del diritto di tutti, nessuno escluso, di manifestare liberamente le proprie idee. Invece, ormai da tempo, si tacciano con marchi a fuoco e con l’inserimento nelle liste nere degli schierati dalla parte sbagliata (poiché quella giusta la decide l’establishment), tutti coloro i quali osano dissentire rispetto al pensiero divenuto imperante grazie all’amplificazione operata dai mass media mainstream.

Ora però, alla luce della cruda realtà in Ucraina in termini di perdite di vite umane: militari e civili, russe e ucraine (nell’ordine di parecchie centinaia di migliaia), e di distruzione di abitazioni e di infrastrutture (saranno necessari circa 700 miliardi di dollari per ricostruirle), qualcuno che fino a poco tempo fa era convinto che con Putin non si dovesse assolutamente trattare ma solo continuare a combatterlo ad oltranza, fino alla sua definitiva disfatta e al ritiro delle sue truppe dai territori ucraini occupati, comincia a fare autocritica ammettendo che molte cose dette e/o scritte allora erano sbagliate perché impossibili da ottenere, specie in breve tempo. Si dice “meglio tardi che mai”; un ritardo però costato tantissimo alla pelle altrui: quella ucraina, ma anche russa, ovviamente quella inviata al fronte!

Ad ogni modo, era ovvio anche allora che si doveva saper distinguere l’invasore dall’invaso. Un’ovvietà che però è diventata un mantra imprescindibile quale salvifica, scagionante premessa ad un ragionamento a cui si volesse dare un senso più ampio e articolato possibile circa la questione del Donbass. Quest’ultima è una regione composta etnicamente da russi e ucraini in prevalenza russofoni. Per porre fine al conflitto nel Donbass tra i gruppi separatisti armati russi e le forze armate ucraine, furono stipulati gli accordi o i protocolli di Minsk I e Minsk II (dalla capitale della Bielorussia dove furono firmati), rispettivamente il 5 settembre 2014 e l’11 febbraio 2015, i cui punti fondamentali furono l’immediato cessate-il-fuoco, il ritiro delle armi pesanti dai territori, la liberazione dei rispettivi prigionieri e la concessione dello statuto speciale al Donbass. Molti accordi non furono rispettati da entrambe le parti, per cui la contesa tra il governo di Kiev e le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk continuò e provocò già allora circa 14 mila morti. Il seguito lo conosciamo tutti e, ad oggi, non si profila all’orizzonte una qualche iniziativa che comporti la fine dell’occupazione russa e una pace duratura tra la Federazione Russa e l’Ucraina. Lo stesso accade in Medio Oriente: quasi tutti i giorni si annuncia come vicino il-cessate-il-fuoco, ma viene smentito subito dopo dai fatti. Similmente alla implicita burla contenuta nei cartelli dei negozi dove c’è scritta quella frase che ogni nuovo giorno annuncia un proposito di per sé inarrivabile o inavverabile: “Oggi non si fa credito, domani sì”. “Oggi non si smette di combattere, domani sì!” Almeno oggi però lasciatemi dissentire: “Viva la pace e abbasso la guerra: sempre!”.

Angelo Lo Verme