La carne della foresta

Un paio di settimane fa, i funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Ufficio delle Dogane di Napoli 1 – SOT Aeroporto di Capodichino, nell’ambito delle attività di prevenzione e repressione dei traffici illeciti, hanno effettuato un sequestro davvero particolare: lumache giganti di varie dimensioni.

Protagonista negativo della vicenda un cittadino nigeriano proveniente dal Benin via Istanbul e residente nella provincia di Caserta che trasportava, nel bagaglio personale, un sacco di iuta contenente numerose chiocciole giganti di terra, prive di qualsiasi etichetta e documentazione sanitaria. Il passeggero, alle domande poste dai funzionari doganali, finalizzate ad accertare l’origine e la provenienza delle lumache, ha risposto che le acquistate nel proprio Paese di origine per mangiarle.

Le lumache sono state sottoposte a controllo da parte dei veterinari dell’UVAC/PCF – Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia che ne ha disposto il sequestro ai sensi della normativa vigente.

L’importazione di animali, di parte di essi o della loro carne è un fenomeno in crescita. La parola inglese “bushmeat” indica la carne di animali selvatici utilizzata a scopo alimentare, in particolare quella proveniente dall‘Africa, ma è usata anche per indicare “carne selvatica” proveniente dall’Asia e dal Sudamerica.

Il commercio internazionale di “carne di foresta” è particolarmente problematico per due ragioni principali: la conservazione delle specie e il rischio di diffusione di malattie.

Per quanto riguarda gli aspetti relativi alla protezione delle specie, il commercio e la domanda crescente determinano un prelievo (furto) di animali dalle aree naturali che mette a rischio la sopravvivenza di diverse specie e popolazioni animali. Il bushmeat, quindi, insieme alla predazione di animali vivi per scopi commerciali, rientra tra i fattori che determinano il rischio di estinzione di molte specie.

Le stime indicano che in Africa il prelievo di animali selvatici dalla natura è sei volte superiore a quanto, invece, rappresenterebbe un utilizzo “sostenibile”. Questa definizione, sostenibilità, è un alibi specista per giustificare entro determinati limiti la distruzione della natura e il massacro di animali. Andiamolo a spiegare ad un animale che la sua cattura, uccisione e macellazione è giustificata dalla sostenibilità… Ad ogni buon conto, nell’Africa occidentale e centrale ogni anno vengono commercializzate fino a cinque milioni di tonnellate di bushmeat. Una carneficina.

E non è da sottovalutare neanche, vista l’epoca in cui viviamo, il rischio di epizoozie: l’importazione di questi animali morti implica un grave pericolo di diffusione di zoonosi che possono essere trasmesse attraverso il contatto. Approssimativamente il 75% delle nuove malattie trasmissibili risultano essere zoonosi, ossia malattie trasmissibili dagli animali all’uomo (e dall’uomo agli animali). La maggior parte di esse ha origine in animali provenienti dalle aree naturali.

Ricordiamocelo alla prossima emergenza sanitaria mondiale.

Ciro Troiano