“Di tutti disse mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco”

Il nostro titolo è tratto da un epitaffio immaginario del letterato Paolo Giovio, uno dei tanti detrattori di Pietro l’Aretino, che così immagina l’epitaffio da apporre sulla tomba:“Qui giace l’Aretin poeta tosco…” .

Il Poeta era noto, nella sua epoca, per essere particolarmente caustico nei suoi giudizi, quasi a sfiorare l’offesa e l’invettiva, un archetipo del giornalismo gossip dei nostri tempi.

Altro livello, ma sempre con una vena caustica, lo spirito di Ennio Flaiano, fine e ironico osservatore, ma anche acre e tragico al tempo stesso, che produsse opere narrative tutte percorse da un’originale vena satirica e un vivo senso del grottesco, attraverso cui vengono stigmatizzati gli aspetti paradossali della realtà contemporanea.

Una cosa però è l’arte, l’espressione letteraria, altro è l’invidia sociale e culturale, oggi imperante sui social; il pettegolezzo non è più una forma di volgare comunicazione dei fatti altrui, ma un’arma di distruzione del prossimo, in alcuni casi mai conosciuto ed in altri del personaggio pubblico: i leoni da tastiera non utilizzano più le invettive solo via web, ma ordiscono trame fantasiose che rimbalzano nei circoli più o meno chic di sfaccendati/e , adusi più al dileggio che al lavoro.

Fenomeno talmente diffuso, che persino Papa Francesco ne ha dovuto parlare in più occasioni: in un discorso fatto all’Angelus del 2023 così esclama Purtroppo la prima cosa che spesso si crea attorno a chi sbaglia è il pettegolezzo, in cui tutti vengono a conoscere lo sbaglio, con tanto di particolari, tranne l’interessato! Questo non è giusto. Questo non piace a Dio“.

E ancora: “Siamo “terroristi” quando buttiamo “le bombe” del pettegolezzo, della calunnia e dell’invidia”. Un monito forte e senza mezzi termini, che nasce da un amore profondo. «Non sparlare degli altri non è solo un atto morale, ma un gesto umano perché quando “sparliamo” sporchiamo l’immagine di Dio che c’è in ogni uomo»; così scrive papa Francesco nella prefazione al libro Non sparlare degli altri (Effatà Editrice) di fra’ Emiliano Antenucci (sacerdote dell’ordine dei Frati Cappuccini e rettore, ad Avezzano (L’Aquila), del Santuario della Vergine del Silenzio).

Il fenomeno della mal dicenza è antico quanto la nostra origine, se Publilio Siro Schiavoliberto forse di origine antiochena, fu portato in Italia, dove con la sua bellezza e il suo spirito riuscì a conquistarsi la cultura e la libertà. Divenne così autore e soprattutto attore di mimi, portando in essi l’arguzia della sua razza. Già celebre in tutta Italia, Cesare lo volle nel 46 alla capitale, per dimostrare in gara con Decimo Laberio la sua abilità e S. Girolamo pone nel 43 il periodo della sua maggior fortuna – scrive La lingua maldicente è indizio di mente malvagia”, frase erroneamente attribuita a Dante Alighieri.

Ebbene, di cotanti esempi (ma moltissimi altri se ne potrebbero fare nella musica operistica, nella letteratura e così via) il solerte italico popolo ha recepito solo la parte peggiore: il chiacchiericcio teso a sporcare “l’altro”, chiunque sia, purchè possa venire di vantaggio al detrattore, possa farlo assurgere “a buono o probo o virtuoso”, gettando nel fango chi si trovi sulla sua strada e poco importa se la sua deiezione vocale crei o possa creare problemi relazionali a chi ne è vittima, sino a portarlo alla depressione e persino al suicidio; il pettegolo seriale crea un mondo a se stante, lo infarcisce di fatti veritieri – ma non veri – e lo divulga attraverso i canali usuali del “passa parola”, sicchè la presunta notizia si infarcirà di nuovi particolari – piccanti o scabrosi, a seconda dell’argomento – volando, come diceva Fabrizio De Andrè, di “bocca in bocca”.

Il divulgatore del pettegolezzo vive accanto ai suoi simili, li imbocca fornendo loro il cibo del dubbio, infetto  per la mente; fornisce i collegamenti (apparentemente) logici, i motivi ed il nesso causale di un comportamento altrui vero o immaginario che sia, sino a quando la reputazione di quel soggetto viene sciolta nel sospetto sociale e nella esposizione al pubblico ludibrio.

Il pettegolo però, col tempo o a causa del karma (per chi crede nell’energie cosmiche) solitamente rimane impigliato nella stessa propria rete, che tesse come un malefico ragno. Se questo non accade è perchè lo humus in cui opera è maligno come lui (o lei), formato da persone invidiose o accasate in comodi rapporti umani, dove il lavoro è un accessorio non richiesto e il dileggio un trastullo.

Contro queste persone non funziona nemmeno il silenzio sdegnato, di chi è superiore nello spirito, ma occorre un fermo distacco che tagli il fuoco della maldicenza, bloccandoli nella vita, come nei social, lasciando che si cibino dei loro stessi simili e guardando scorrere la loro ignobile esistenza.    

Rocco Suma