Lupi, un destino avvelenato

Sembra che in un triangolo del territorio italiano, tra Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia, non ci si risparmi nell’utilizzo di rodenticidi (o topicidi) che poi entrano nella catena alimentare degli animali selvatici, in particolare del lupo. Una ricerca condotta da un gruppo di professionisti italiani e recentemente pubblicata su Science Direct ha preso in esame 186 carcasse di lupi ritrovati morti tra il 2018 ed il 2022 e sottoposti a necroscopia e ad esami tossicologici per determinare e quantificare la presenza di anticoagulanti rodenticidi (AR). Gli individui avevano un rapporto tra i sessi equilibrato (53,6% erano maschi) ed il campione comprendeva sia lupi giovani che adulti (1° anno di età = 27,9%; 2° anno di età = 34,6%, 3° anno di età o superiore = 37,7%). Gli anticoagulanti rodenticidi esaminati sono stati coumafuril, warfarin, cumatetralil, coumacloro, bromadiolone, difenacoum, brodifacoum, flocoumafen, difetialone. «Per valutare se una positività al test anticoagulante può essere classificata come un’intossicazione con segni clinici – scrivono i ricercatori – è necessario correlare i dati analitici, il quadro anatomopatologico e l’anamnesi. In particolare, sarebbe necessario conoscere i tempi e il livello di esposizione (quanto anticoagulante è stato ingerito e quando) e la storia medica di ciascun lupo. Tuttavia, poiché ci affidavamo al campionamento opportunistico, non conoscevamo né il tempo né il livello di esposizione, né la storia medica. Pertanto, abbiamo classificato come intossicati solo quegli individui per i quali l’esame tossicologico è risultato positivo (presenza di anticoagulanti) in associazione ad un quadro anatomopatologico indicativo di disturbi della coagulazione del sangue (petecchie, ecchimosi, ifema, mucosa pallida, sanguinamento nasale, vaginale e dell’orecchio, emorragie polmonari ed emotorace, emorragie pleuriche e pericardiche, emorragie subdurali e cerebrali, emorragie gastrointestinali, emoperitoneo, emorragie ed ematomi del parenchima renale, emorragie ed ematomi del parenchima epatico). […] Un fattore che può complicare l’interpretazione dei dati è lo stato di conservazione della carcassa che, se non ottimale, può alterare i quadri anatomopatologici e interferire con il reperto degli AR». Sull’individuazione degli anticoagulanti rodenticidi nei lupi incide molto lo stato di conservazione delle carcasse «che, se non ottimale, può alterare i quadri anatomopatologici e interferire con il reperto degli AR».

Delle 186 carcasse di lupi esaminate, la maggior parte (115, ossia il 61,8%) è risultata positiva agli AR di cui i più comuni sono bromadiolone (in 97 carcasse), brodifacoum (in 93 carcasse) e difenacoum (in 26 carcasse). I ricercatori affermano che «dei 115 lupi risultati positivi agli AR, 19 presentavano un quadro anatomopatologico riconducibile a coagulopatie con evidenti alterazioni della coagulazione, mentre 96 sono morti per altre cause quali collisione di veicoli, spari, aggressioni intraspecifiche, malattie, e sono risultati positivi agli AR, anche se in assenza di lesioni patologiche caratteristiche. Rispetto ai lupi provenienti da aree più remote, quelli provenienti da aree antropizzate avevano una minore probabilità di risultare negativi agli AR o di risultare positivi per un singolo composto. Al contrario, i lupi provenienti da aree più antropizzate avevano una probabilità maggiore di risultare positivi a 2 o più AR. Inoltre, i lupi avevano un rischio maggiore di risultare positivi agli AR dalla fine dell’estate alla fine dell’inverno e questa probabilità è diventata più elevata dopo il 2020, in particolare la probabilità di risultare positivi a 3 o più AR». Più della metà dei lupi del esaminati sono risultati positivi per uno o più AR, in particolare dopo il 2020. Mentre i ricercatori si aspettavamo che alcuni individui mostrassero tracce di rodenticidi a causa della flessibilità trofica dei lupi, una dato così alto era in gran parte inaspettato. «Inoltre, sia il numero di AR che la presenza di brodifacoum nel fegato dei lupi, sono aumentati negli individui rinvenuti in ambienti antropizzati».

I ricercatori addebitano la causa di questo preoccupante fenomeno alla possibile predazione sistematica da parte dei lupi di ratti e di nutrie, queste ultime, aliene invasive, con popolazioni esplose nelle zone indagate. «La nutria adulta – scrivono i ricercatori – pesa tra 5 e 10 kg e potrebbe raggiungere densità elevate (16-55 individui/km di corpi idrici), fornendo ai lupi una biomassa paragonabile a quella degli ungulati selvatici. Poiché le nutrie sono uno dei principali parassiti nell’Italia centrale e settentrionale, le prove provenienti dai giornali locali indicano che sono soggette ad esche illegali con AR da parte degli agricoltori». Ed ancora, «i lupi nomadi che si muovono in paesaggi sconosciuti (“floater”) sono probabilmente più inclini a essere esposti agli AR. Non cacciando grandi prede in gruppo, di solito si spostano verso prede più facili come il bestiame. Tuttavia, negli ambienti antropizzati, dove il bestiame non è comune, potrebbero predare le nutrie, che contro cui vengono usati gli AR. Considerando che i lupi attorno agli insediamenti umani sfruttano i rifiuti alimentari umani e i sottoprodotti degli animali, potrebbero anche predare ratti sinantropici, come R. rattus [Ratto nero] o R. norvegicus [Ratto delle chiaviche], che si concentrano anch’essi attorno a queste risorse. Inoltre, è noto che i lupi si nutrono di cibo ogni volta che possono, in particolare quando sono fuori dal branco. Pertanto, i lupi solitari che abitano in aree antropizzate potrebbero regolarmente nutrirsi di nutrie e ratti che hanno precedentemente consumato AR, e quindi bioaccumulare questi composti».

Al di là di queste cause della presenza di anticoagulanti rodenticidi riscontrata nei lupi, la ricerca sembra aver dimenticato le cause legate alle guerre fra bande di cercatori-raccoglitori di tartufi senza scrupoli. Sono sempre più frequenti i casi di bocconi avvelenati lasciati nei boschi con alberi micorizzati per contrastare cercatori provenienti da altre zone oppure per risolvere conflitti tra tartufai. Le esche sono destinate ai cani dei cercatori avversari e molto spesso contengono, oltre a chiodi, lamette da barba, vetri, anche veleno per topi. Questa può essere una causa non remota dei ritrovamento di anticoagulanti rodenticidi nei lupi che dovrebbe essere indagata a fondo.

Fabio Modesti – ©RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE RISERVATA – www.fabiomodesti.it