Le donne nella Storia. Contributo della storiografa Jole de Pinto

Nella giornata di oggi il mio pensiero s’inerpica su per le gesta delle donne dell’Ottocento e del Novecento, le cui vite sono intessute soprattutto di coraggio in qualsiasi agone si cimentino. Donne non falcidiate dall’insulsa remora del cosiddetto “sesso debole”. Vite attizzate da una passione covata e nuova per il periodo in cui l’hanno esplicata.

In un Risorgimento palpitante di ardori e patriottismo per l’unificazione dell’Italia in nazione alla pari di altri paesi in Europa, bagliora la valorosa figura di Anita Garibaldi che sa essere l’intrepida compagna dell’Eroe dei due mondi sino alla fine. Con fierezza condivide i suoi ideali e lo segue dovunque pur incinta, a piedi o a cavallo, dal Sudamerica fino alle pinete di Ravenna, dove ha termine la sua esistenza gloriosa.

Non meno eroica è la vita della nostra Antonietta de Pace di Gallipoli, dalla tempra eccezionale, che profonde il suo impegno per la genesi della Patria, sino a rasentare processi ed arresti da parte della polizia borbonica. Alla liberazione del Meridione dai Borbone, ha il privilegio nel 1860 di entrare a Napoli in carrozza accanto a Garibaldi, tra il delirio della folla. Alla notizia, il nostro La Sorsa scrive che c’è giubilo dal Gargano al Salento: cortei, mortaretti, luminarie, nelle cattedrali si intona il Te Deum e in molti paesi sfilano le bande musicali.

Sulla scia di Mazzini, Antonietta è orgogliosa repubblicana. Ma per il civile senso del momento storico che vive, si inchina alla scelta del governo monarchico fatta dagli Italiani. Che atmosfere esaltanti, con figure motivate da ideali, tanto lontane da donne di oggi, magari mosse da vanità, dal culto dell’effimero, come le inutili influencer.

Di tutt’altra fatta è Maria Cristina di Savoia, moglie del penultimo re del Regno di Napoli, Ferdinando II. Donna dolcissima, fa della sua amabilità e della sua generosità la fonte di interventi filantropici a favore degli strati più miseri del regno. Emerge per la nobilita dei tratti e d’animo. Religiosissima, nella corte sguaiata e chiassosa dei Borbone introduce un costume di vita più corretto e al contempo, con pazienza, raffina le maniere rozze del coniuge.

Fa abolire molte tasse per devolvere i fondi ad opere di pietà: Ferdinando ne subisce l’ascendente e le è devoto. Lei rende il suo operato più tollerante e gli fa giurare che non avrebbe versato mai sangue. Alla nascita dell’erede Francesco, è assalita da grave febbre puerperale che la porta alla morte in breve tempo. I sudditi più umili la venerano come una santa. Montanelli racconta che nel momento della riesumazione del suo cadavere al fine della beatificazione, esso emana miracolosamente profumo.

Ora purtroppo mi tocca illustrare momenti di barbarie: quella particolare delle brigantesse meridionali che in un certo senso nell’800 inseguono il miraggio di conquistare un accesso alla dignità di donne ed il diritto ad una sopravvivenza meno mortificante di quella a cui sono costrette dall’angustia dei tempi. Sono donne ardite, compagne appassionate e al contempo inquietanti, protagoniste di scontri ed imprese, purtroppo anche sanguinarie.

Una brigantessa di cui parla anche Carlo Levi in “Cristo si è fermato ad Eboli” è la lucana Maria Lucia Dinella, detta “A pastora”. Ad appena 18 anni subisce un rapimento da parte del fratello dello spietato brigante Ninco Nanco. Coraggiosa e portata alla leadership, è brigantessa per 3 anni e per lei rappresenta una parentesi di riscatto personale. Ma abbandonata dai briganti, in seguito ad uno scontro con le forze dell’ordine, è catturata e condannata a 10 anni di carcere. Ne sconta 5 e così ha abbastanza tempo per tornare alla normalità di moglie e di madre, in un’Italia finalmente unificata.

È la volta della prima giornalista (nel senso attuale del temine) che si ricordi in Italia: Matilde Serao, che tutti conosciamo. Splendida donna, più volte candidata al Nobel per la letteratura, immensa scrittrice, la definisco “la Geoge Sand” italiana. È fondatrice e direttrice di giornali come “Il Mattino” di Napoli e “Il Giorno”. È dotata di caparbietà, dinamismo e grandissimo talento giornalistico. Malgrado il successo delle sue pubblicazioni, non ha dalla critica il consenso che merita: addirittura non si vede di buon occhio la sua fisicità importante e la sua schiettezza. Vita vissuta la sua, che non può che finire in modo poetico: si accascia sulla scrivania, tra inchiostro e caratteri di stampa, colpita d’infarto, mentre è intenta a scrivere un articolo per l’indomani.

A questo punto è giusto portare alla luce una donna ignominiosamente lasciata nell’ombra dall’intelleghentia nostrana. Si tratta di Gemma Caso di Foggia, studiosa poliedrica di grande spessore. Consegue giovanissima due lauree, una in Lettere e l’altra in Filosofia, in tempi in cui l’istruzione femminile era ridottissima. Si dedica “toto corde” all’insegnamento a Napoli e Roma. In possesso di solida cultura, vince difficilissimi concorsi. Ho notizia di un lavoro pregevolissimo estratto da documenti inediti e pubblicato la prima volta in “Italia moderna” (Foggia 1908). Per l’opera “La Carboneria di Capitanata” del 1913, si fregia di un apprezzamento lusinghiero del grandioso Benedetto Croce, che riporta in fronte al libro. Ci restano di lei anche dei pregevoli “Versi” pregni di lirismo pubblicati nel 1915.

Il Novecento a differenza dell’Ottocento è un secolo più frastagliato, funestato da eventi terribili ma illuminato da conquiste galvanizzanti per le donne, grazie al fenomeno del femminismo che attecchisce molto diffusamente (e finalmente) anche in Italia. Un’antesignana, a cavallo fra i due secoli, è da ritenersi la napoletana Clelia Romano Pellicano (anche se alcune fonti citano Castelnuovo della Daunia come paese natio). Scrittrice e giornalista, italiana ed europea, che conosce bene l’inglese ed il francese, è moglie del marchese Pellicano dei duchi Riario Sforza. Dalla tenuta del marito in Calabria giunge fino a Londra in convegni internazionali, quale delegata della condizione delle donne del Sud. È corrispondente di “Nuova Antologia” (da me pure consultata e di cui possiedo alcune copie), in essa scrivono autori come Grazia Deledda, Pirandello, Verga. Merita di essere ricordata per il suo femminismo all’avanguardia, che si promulga attraverso valori etici e si concretizza nella divulgazione creativa delle sue idee.

Facendo un salto di qualche decennio, mi corre l’obbligo di citare Maria Santamato, partigiana “segreta” del nostro territorio, per l’originalità della sua storia. Nell’aprile del 1945, a 21 anni pur incinta parte dal capoluogo per l’Istria. Oltrepassa la cosiddetta “Linea Gotica”, con l’unico compito di consegnare ai compagni questo messaggio: “Premio: nessuno. Obiettivo: servire la causa italiana”. La sua Resistenza dura in tutto tre settimane. Una volta a casa decide col marito di non parlare mai con nessuno della sua missione rocambolesca seppur breve. La figlia nascerà di lì a pochi mesi in un Italia già repubblicana e democratica, e le sue vicende verranno alla luce solo al suo decesso nel 2017.

E che dire dell’imprenditoria femminile nel ‘900? È una conquista che fa scalpore: nessuno avrebbe scommesso sugli sviluppi sorprendenti che invece seguono. Un nome che affiora subito alla mente è quello di Luisa Spagnoli. Insieme al marito entra nel mondo degli affari prima come creatrice di confetture a Perugia. Rimasta sola col coniuge al fronte, decide ugualmente di mandare avanti l’azienda portando in fabbrica le donne i cui mariti sono in guerra. Così la “Perugina” arriva a contare oltre 100 dipendenti e un marchio ormai affermato a livello nazionale. Lei stessa nel 1922 crea il famoso “Bacio”, ancora oggi degustato.

Inoltre, tra le due guerre, fa nascere la produzione di maglieria con il marchio “Angora Spagnoli” che in breve sbaraglia la concorrenza. In piena autarchia ha l’intuizione di sostituire la lana con il pelo ricavato dalla pettinatura dei conigli d’angora, una lavorazione non ancora diffusa in Italia. Luisa muore precocemente a 58 anni a Parigi, dove si era recata per la cura di un tumore alla gola. Ancora oggi esistono negozi col suo nome in tutto il mondo. Appassionata pioniera fra le imprenditrici del nostro Paese, la sua idea lungimirante di inserire le donne nell’attività industriale anticipa di mezzo secolo l’inizio ufficiale dell’imprenditoria femminile.

In un Duemila brutalizzato da femminicidi raccapriccianti, perpetrati con scadenza di sangue, tra i quali si adombra quello sconcertante dell’angelicata Giulia Cicchettin, mi preme ricordare uno commesso negli anni ’80 a Nardò. Si tratta dell’assassinio di Renata Fonte, militante del Partito Repubblicano Italiano e componente dell’amministrazione del comune salentino. Intelligente e combattiva, nutre interesse per l’ambiente e la natura. Soprattutto si oppone al fatto che le splendide spiagge di Porto Selvaggio vengano depauperate dalla cementificazione.

A pochi giorni dalla discussione in Comune della modifica al Piano Regolatore da lei proposta, viene vilmente uccisa a due passi dal portone di casa. Ad appena 33 anni. Per onorarne degnamente la memoria, sorgono molte iniziative di svariato genere, anche nazionali. Soprattutto, a 25 anni di distanza, si compie un gesto poetico. Proprio a Porto Selvaggio, che deve anche a lei il fatto di essere considerato oggi un paradiso turistico a livello internazionale, viene elevata una stele in suo onore e viene dato il suo nome ad una speciale orchidea selvatica che cresce proprio lì.

A detto dello stesso Moravia che le era marito, Elsa Morante è la più grande scrittrice italiana del Dopoguerra. “Ho visto crescermi sotto gli occhi un talento” diceva lui. Figlia di una maestra ebrea, è anche saggista, poetessa e traduttrice. Io ricordo i grandi occhi scuri e il suo volto dolente. Prima donna in Italia a vincere lo Strega nel 1957 con il romanzo “L’isola di Arturo”, mentre “La Storia” del 1974, trasmesso di recente in tv, è inserito fra i cento migliori libri di tutti i tempi.

Giovanissima si dà alla scrittura, ispirata dai grandi romanzieri francesi e russi, con un connubio di elementi reali e favolistici. Nel 1936 conosce Moravia col quale vive a lungo prima di sposarlo in piena Seconda Guerra Mondiale. Il rapporto tra loro è tormentato, soprattutto quando all’orizzonte compare la più giovane Dacia Maraini e nel 1961 se ne separa definitivamente.

Per inneggiare ad un 8 marzo che non so se sia ancora il caso di festeggiare, è il momento di tratteggiare una complessa e insieme fascinosa femminista di Foggia: Roberta Tatafiore, che ho conosciuto negli anni ’90 in quel di Roma. Si immerge subito nelle onde febbrili del femminismo della Capitale degli anni ’70. Laureata in Sociologia, si appassiona alla lingua tedesca con soggiorni nella Germania Federale. Sempre in cerca di certezze, in seguito nutre una certa diffidenza per i collettivi femminili e sente il bisogno di affermarsi come “donna singola”. Scrivendo per “Noi donne” e il “Manifesto”, estende la sua indagine al mondo della sessualità e della prostituzione, scoprendo anche la “donna cliente”.

Apprezzata per la sua acuzie intellettiva e la sua indagine pragmatica, nel 2000 redige la parola “sesso” sull’Enciclopedia Treccani. Finché, spinta da ripensamenti, taglia definitivamente i fili col femminismo ed approda ad un polo laico – liberale e alla collaborazione su giornali di centro – destra e con Giuliano Ferrara. Dopo un’esistenza tormentata, non trovando risposte alle domande che le sorgono di dentro, pone fine alla sua vita, programmando da tempo tutte le fasi.

Infine mi sia consentito uno sguardo al presente. L’uguaglianza fra uomo e donna deve essere un caposaldo di ogni Paese civile. E ancora nel 2024 è solo raggiunta giuridicamente e non praticamente. Finché ci saranno disparità salariali, difficoltà di ingresso nel lavoro dopo la maternità e non si ripristini il culto dei valori, l’educazione al rispetto, maggiore riprovazione delle molestie e dello stalking, con la certezza della pena, l’ascendere della donna non può dirsi completato: ci sarà ancora bisogno di tanto altro femminismo, pur senza abdicare alla propria femminilità.

Jole de Pinto