Irresponsabili e dannosi: i protagonisti dell’intrattenimento leggero

Arrivata in Italia, su Netflix, con quasi tre anni di ritardo, “Hacks”, la serie Tv scritta dalla regista italiana che vive in America, Lucia Aniello, per la HBO MAX, una comedy, venata di drama, che dal 2021 riscuote uno strepitoso successo in tutto il mondo.

Sinora sono state trasmesse in streaming da Netflix due stagioni ed è stata annunciata la terza per la primavera del 2024.

Il tema è inconsueto per un serial perché è quello di uno showbiz: contiene tutto quello che si vuol sapere sul mondo dello show business, e, cioè, della TV, del cinema delle serie e delle cosiddette celebrità delle immagini; il tutto con uno stile tanto complice quanto accattivante.

La trama è semplice: una diva della stand up comedy, Deborah Vance (interpretata da una matura ma ancora attraente, sinuosa ed elegante Jean Smart) avverte l’amarezza, dolorosa e autodistruttiva, di una vita passata nel tipo di mondo, quello dello show business, che volontariamente, ella sessa, spinta da ambizione e avidità di guadagno, ha scelto per vivere.

Lei trascorre i suoi giorni nel clima fasullo e deprimente di falsi, interessati (ma progressivamente sempre minori) riconoscimenti alla sua bellezza e ai suoi pretesi meriti artistici (si fa per dire), finanziati in vario modo e spesso anche lautamente ma solo sino a quando torna utile a produttori e magnati dello show business.

Deborah, giunta in età matura, avverte di essere sul viale del Tramonto: ha concorrenti più giovani e agguerrite come conduttrice di molti spettacoli che (ora capisce) sono solo di banale intrattenimento di un pubblico di “zeloti” incolti e grossolani.

Inoltre, ella vive nella città americana più fasulla e artificiosa di ogni altra del Nuovo Continente, Las Vegas, costruita in modo kitsch nel bel mezzo di un deserto arido e brullo.

I produttori “tradizionali” dei suoi show continuano pietosamente a mantenerla nella sua residency in un famoso albergo di costoso e di gusto pacchiano, ma le sottraggono sempre più date per le sue performance.

Con pari e al tempo stesso opposta afflizione psichica è costretta a vivere Ava (Hanna Eibinder), giovane autrice (sedicente comica e brillante) in gravi difficoltà di lavoro dopo una sua infelice battuta sul figlio gay di un senatore statunitense che, a giudizio di Deborah, non avrebbe fatto neanche ridere il pubblico. 

Le due infelici e non appagate protagoniste, entrambe in disgrazia nel mondo dello show business statunitense, sono indotte, per circostanze inizialmente inimmaginabili, a lavorare insieme.

La storia del serial è imperniata sui loro continui e sarcastici scontri, sulle loro battute acide e corrosive, e sulla scoperta reciproca della loro similitudine anche se dovuta a cause diverse.

La defaillance, infatti, per la star più anziana negli anni è anagrafica; per la giovane autrice è per così dire “contenutistica” e dipende dalla sua pretesa cultura che è invece, soltanto espressione di un ammasso approssimativo e banale di nozioni apprese sui banchi di scuola.

Le riflessioni cui induce il serial vanno, naturalmente, oltre la critica pungente di una società in palese decadenza qual è quella d’Oltreoceano.

Gli eventi rappresentati sullo schermo costituiscono il segnale più significativo della decadenza dell’intera società Occidentale.

Essa, emblematicamente, appare più visibile nel mondo delle persone divorate dall’ansia di apparire in televisione, ma, nella sostanza, si estende ben oltre.

Certo: i protagonisti dell’intrattenimento cosiddetto “leggero” riescono, effettivamente, più di altri individui (con l’ausilio di mille artifici) ad essere sempre presenti sugli schermi e citati acriticamente da un corrotto (in più modi) sistema mass-mediatico.

Com’è detto nella piece si tratta di  gente che, in America come in Europa,  si vota a non pensare, s’impegna  a ripetere pappagallescamente le banalità che circolano nelle conversazioni della massa, assimilate da una stampa asservita al potere economico, che si compiace di portare ai massimi livelli possibili il gossip, sulle vite di gente “qualunque” giunta alla notorietà mediatica con ogni mezzo lecito o illecito (spesso la “visibilità” è ottenuta a seguito di azioni spregevoli pubbliche o private, rese note dal sistema informativo “al colto e all’inclita”).

Questo sistema d’intrattenimento, squallido (e, come vedremo, in Italia, doppiamente corrotto) fa leva sulla stupidità crescente di una massa che con il sovraffollamento del pianeta è destinata a toccare picchi sempre più alti.

La sua corruzione, palese negli States, si raddoppia in Europa.

Nel Nuovo e nel Vecchio Continente con talk-show di abissale idiozia, tale sistema contribuisce a far concentrare l’attenzione di un pubblico già poco attento all’operato dei propri governanti, su problemi di varia banalità, contribuendo a nascondere l’irresponsabilità di uomini politici che per (spesso sporchi) interessi possono condurre alla crisi economica e persino alla guerra.

In più: in molta parte dei Paesi Europei e certamente in Italia quel sistema, che ridicolmente e solo per i gonzi è qualificato “servizio pubblico”, erige, con i soldi dei contribuenti, costosi e faraonici spettacoli di “gossip” veri e propri “monumenti” agli artefici dello istupidimento collettivo.

Luigi Mazzella