La libertà è bene di tutti

Quando si è pensato di tassare gli extraprofitti delle banche a chi era destinata quella tassa? Chi ha pagato? Non certo le banche ma i percettori di quell’extraprofitto e cioè i risparmiatori azionisti che si sono visti ridurre il dividendo già tassato due volte. Se invece l’azionista è un potente finanziere internazionale può trovare ingiusta questa terza tassa sullo stesso reddito e decidere ed imporre al management della sua banca di accrescere le commissioni per i clienti correntisti e, per questa via, far pagare loro queste nuove tasse. Questo lo diciamo per significare che le tasse delle potenti organizzazioni economiche vengono traslate, trasferite, sui soggetti meno forti. Totalmente, sistematicamente e sempre. A ben vedere anche le tasse pagate sugli stipendi dei dipendenti di quella banca incluse quelle calcolate sullo stipendio faraonico dell’amministratore delegato sono pagate dal cliente o dall’azionista. Così è, anche se non lo si dice.

Questa prassi di lapalissiana evidenza ci induce a pensare che la salute economica di una grande impresa è dipendente dalla floridezza dei conti dei piccoli e deboli loro clienti o azionisti (e più in generale degli stakeholder) come i consumatori e le piccole imprese. Anche i salari dei dipendenti pubblici e relative tasse vengono pagati con i proventi delle tasse (anche quelle che i potenti trasferiscono sulle spalle dei piccoli) che i piccoli pagano e basta. È quindi interesse di tutti che costoro siano il più possibile ricchi. Interesse che così diviene il centro del pensiero politico ed economico.

Ma come si fa a rendere ricchi costoro, i piccoli, quelli privi di potere politico ed economico? Sarebbe veramente la pietra filosofale della nostra epoca trovare il modo di arricchire questa fetta di popolazione sul cui lavoro si poggia l’intera società ed economia e che vengono sistematicamente disconosciuti nel loro ruolo nobile, generoso e insostituibile.

Il politicante dei nostri giorni istintivamente è portato a spostare importanti somme del bilancio pubblico da una parte dell’economia a quella che si vuole favorire, incentivare, aiutare. È un procedimento inattuabile nel nostro caso perchè qualcuno dovrà pur essere pagatore di tasse di ultima istanza e non percettore di tasse pure lui. Quindi per iniziare a procedere nel senso di accrescere la ricchezza dei piccoli non serve togliere danari da altri per darli a loro ma serve riconoscerne il ruolo centrale, la dignità, i diritti che non hanno e quindi la libertà. Per dirla in una parola sola serve renderli più liberi; liberi DI intraprendere e quindi più liberi dallo Stato. Peraltro in conformità alle indicazioni dell’articolo uno della Costituzione che non a caso indica nel lavoro l’architrave su cui fondare l’intera società, economia e legislazione. Inoltre questa concezione va in diretta interpretazione dei desideri della popolazione, dei giovani e dei meridionali che trovano assurdo sottoporre una iniziativa imprenditoriale con numero di addetti che si contano con le dita di una mano a un numero crescente di “permessi” e ad una legislazione sconosciuta e distruttrice di ricchezza. Questa riconosciuta libertà DI intraprendere permetterà alle sacche di disoccupazione di mettersi al lavoro e a quelle sotto utilizzate di valorizzarsi alleggerendo quelle imprese da ostacoli, costi e rischi impropri connessi alla burocrazia. Un immenso giacimento di forze umane sottoutilizzate si metterebbe al lavoro tonificando reddito e gettito.

Chi sono questi piccoli? Le imprese fino a cinque/dieci dipendenti; oltre questo limite si impone una normativa ambientale e di sicurezza che mano mano che gli addetti crescono diviene rilevante ai fini sociali. Ma fino a cinque dipendenti cioè in tutta l’area dell’autoimpiego la libertà di intrapresa non può che essere perfetta. Perfetta nel senso che ogni prescrizione deve essere considerata un consiglio ma non un impedimento all’inizio di una attività o al suo proseguimento; come anche la imposizione fiscale deve essere fortemente semplificata e forfetaria; come anche le prescrizioni previdenziali e lavoristiche devono essere prive di limitazioni per l’attività del neo imprenditore. Non esiste una sola ragione che legittimi la chiusura di una attività lecita e non pericolosa o ne impedisca l’inizio. Quanti giovani sottrarremmo alla criminalità garantendo loro uno sbocco lavorativo certo? Quanti criminali -magari dopo aver conosciuto la prigione- non preferirebbero lavorare onestamente liberi dai condizionamenti delle regole della mala? Quanti ragazzi rinunzierebbero a partire o rientrerebbero in Italia sapendo che potrebbero lavorare senza oscure limitazioni e costi? L’intero Mezzogiorno e tutti i Mezzogiorni d’Italia come anche le periferie delle grandi città potrebbero progressivamente convertirsi ad uno stile di vita più borghese e più integrato con il resto dell’economia.

Al periodo “liberale” di fine XX secolo nel quale i potenti si sono liberati dai condizionamenti dello stato deve succedere un periodo nel quale “liberale” deve significare liberare il singolo cittadino cominciando dai giovani ed intraprendenti, dai condizionamenti suicidi della tecnoburocrazia statale. Rimettere il cittadino al centro della società e della economia non è una delle opzioni possibili ma un must ineludibile per tutti i partiti politici che volessero interpretare e rappresentare gli interessi e i pensieri degli italiani tutti. Certo, si tratta di temi fortemente innovativi per il personale politico che non è abituato a trattare questi concetti e lo è ancora di più per l’elettorato che non è abituato a sentirsi proporre idee così “normali” ma anche così avanzate. Ma l’economia e la società non possono attendere oltre: il debito e il livello della spesa pubblica impongono un salto nella creazione di ricchezza mentre i problemi sociali e le periferie non possono ancora vivere di elemosine più o meno mascherate dietro coloriti termini del welfare.

L’economia o è liberale o è solo pubblica amministrazione; non dobbiamo mai stancarci di dirlo e ricordarlo

Canio Trione