Religione e religiosità

È alquanto bizzarro che il termine religione sia tra quelli dalla dubbia etimologia. O meglio. Diverse gliene sono state attribuite senza mai confermare l’una a discapito di un’altra.

Raccogliere, rileggere, rilegare. Tutti significati che confluiscono nella parola che identifica la ragione che più nella storia ha provocato, e provoca, diatribe, battaglie, guerre.

“Complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso”, così alla voce religione si può leggere sull’enciclopedia Treccani.

A rileggere bene, in nessun punto della definizione si fa riferimento ad un signore barbuto da ringraziare per i beni di cui si dispone.

Il sacro e la divinità verrebbe da pensarli non come quelli che per arrivarci devi vendere le indulgenze o regalare collanine di oro ad una qualche statua di Madonna con la speranza di andare in Paradiso.

Ripensare il sacro come qualità intrinseca dell’essere umano. Perché ogni vita è sacra, ogni scelta è sacra, ogni individuo è sacro.

La divinità intesa come qualcosa da venerare. Sì.

Quel qualcosa che è lo scopo più grande. Qualcosa di più grande. Quella che i giapponesi chiamano Ikigai.

“La certezza nel caos della vita” come lo descrive lo scrittore Gianluca Giotto. “Trovarlo significa tenere lontano i turbamenti mentali”. Quando tutto va storto, avere sempre il motivo più grande per andare avanti.

Far affidamento quindi non più a quel signore barbuto che ci liberi da tutti i mali.

Ma, far affidamento e lasciarsi trasportare dalla religiosità innata e dalla sacralità propria di ciascun essere vivente. Che già solo per il fatto che respira è sacro ed è soggetto da venerare.

Quando le cose vanno male è comodo affidarsi a qualche onnipotente. Cosicché se le cose continuano ad andare male, la colpa sarà Sua.

Ma pensare per un attimo che è dentro ciascuno individuo quel Dio da venerare che aspetta solo di poter essere tirato fuori, è così liberatorio. E ansiogeno.

Perché è vero che questa prospettiva è carica di responsabilità ma finalmente quando si avrà davanti una bella parmigiana di melanzane non bisognerà ringraziare nessuno se non sé stessi.

Lucia Ricchitelli